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Business Serra & Company: i predatori del credito perduto Ancora lontani dall’Europa

Sono sempre di più, ma pochi li sanno gestire con profitto. Si tratta dei crediti dubbi, in gergo non performing loan (Npl). Con un ammontare complessivo di quasi 180 miliardi di euro a fine agosto, questa classe di asset in pancia alle banche italiane è diventata una delle più appetitose per gli investitori internazionali. Da Londra a Los Angeles, passando per New York, sono sempre di più i fondi che vogliono comprare i non performing loan degli istituti di credito italiani. 
Il motivo per cui un fondo hedge, ad esempio, può trovare conveniente acquistare grandi pacchetti di crediti deteriorati è perché ritiene che il ciclo economico sia arrivato al punto più basso. Compra a poco e attende che il vento cambi. Nel frattempo, sostiene le banche tradizionali tramite liquidità immediata e la possibilità di ripulire i bilanci dai crediti incagliati. Del resto, la gestione di un incaglio o di una sofferenza, anche sotto il profilo legale, è costosa per l’istituto di credito. Meglio sbarazzarsene, migliorando anche i coefficienti patrimoniali in vista degli standard contabili di Basilea III.
In movimento
Uno degli ultimi ad avere messo gli occhi sui crediti dubbi degli istituti di credito italiani è Algebris, fondata da Davide Serra. La società finanziaria ha deciso di lanciare il fondo Algebris Npl Fund 1, il quale ha capitali per 400 milioni di euro ed è indicato agli investitori istituzionali. Dopo un’analisi del mercato italiano dei non performing loan, nel quale il 40% è rappresentato da crediti immobiliari residenziali ed è quello in cui opererà il fondo, Algebris ha stimato un rendimento annuo compreso fra il 15% e il 18%.
Come il fondo londinese, anche Ares Management, hedge fund basato a Los Angeles e creato da Antony Ressler, sta guardando con interesse sempre maggiore all’Italia. Come stanno facendo il fondo californiano, anche le newyorkesi Apollo Global Management, Cerberus Capital Management e Fortress, rispettivamente guidate da Leon Black, Steve Feinberg e Randal A. Nardone.
Proprio Fortress, insieme a Prelios, è in discussione con UniCredit per l’acquisto di UniCredit credit management bank (Uccmb), la bad bank interna che gestisce circa 40 miliardi di euro di non performing loan.
I grandi fondi, come BlackRock e Blackstone, non sono da meno. Monitorano da mesi l’andamento e l’impressione degli addetti ai lavori è che proprio ora, terminati gli esami della Bce, ci saranno le prime aperture di posizioni.
In casa
Ci sono anche società italiane fra i protagonisti di questo mercato. La maggiore è Banca Ifis, nata nel 1983 grazie a Sebastien Egon Fürstenberg e capace, negli ultimi quattro anni, di entrare con sempre più forza nel settore dei crediti dubbi e delle sofferenze. A oggi il totale delle posizioni è di oltre 740.000 per un portafoglio totale di 5,4 miliardi di euro. E in luglio ha completato la più grande operazione del genere della sua storia: 1,263 miliardi di euro in crediti deteriorati comprati da Fiditalia, società del gruppo Société Générale, attraverso il veicolo Iustitia futura.
Come spiega a CorrierEconomia Giovanni Bossi, amministratore delegato di Banca Ifis, l’obiettivo di chi entra in questo segmento di mercato è ambizioso. «Se riuscissimo a smaltire, a liberare i bilanci dai crediti deteriorati, le banche potrebbero fare posto ad impieghi erogati a imprese e famiglie, incidendo in modo rilevante sul Pil», afferma Bossi. In pratica, si darebbe una grossa mano alla Bce.
L’istituzione guidata da Mario Draghi ha infatti lanciato diverse iniziative in grado di ripristinare i canali del credito nell’area euro. Come le operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine, con cui è pronta a prestare agli istituti di credito fino a 1.000 miliardi di euro. Inoltre, col programma di acquisti di covered bond e di titoli cartolarizzati. Tuttavia, spiega il numero uno di Ifis, «le limitazioni sul fronte del capitale delle banche continuano a rimanere la ragione per cui gli istituti non riescono ad erogare credito e accelerare sugli impieghi». La liquidità che non arriva dove dovrebbe arrivare è il problema maggiore per gli istituti creditizi della periferia dell’area euro. Una mano potrebbe arrivare da quelli che sono già stati ribattezzati nell’ambiente come «gli spazzini delle banche».
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