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Burocrazia, giustizia e merito i tre nodi ancora da sciogliere

Negli ultimi giorni l’attenzione dei commentatori politici è stata focalizzata sulle modalità di rottura dell’attuale coalizione di governo, sulla «conta» dei voti alla Camera e al Senato e sui possibili scenari politici che seguiranno tale conta. Ci si è dimenticati ormai di quello che è l’oggetto del contendere, ossia il Recovery Plan (consentitemi di chiamarlo in questo più semplice modo). Credo invece sia importante riflettere di nuovo sullo stato di questo piano se vogliamo capire che spazi esistono per un’eventuale “riconciliazione” tra gli attuali contendenti basata sulla sostanza del problema e quindi sul superamento dei personalismi emersi dall’inizio della crisi. Fra l’altro, la definizione di un piano sta diventando urgente. Le condizioni del paese sono serie come tutti sappiamo. Avremmo dovuto essere tra i primi a presentare il Recovery Plan alla Commissione Europea.
Una decina di Paesi (tra cui tutti gli altri Paesi del sud Europa) lo hanno già fatto. Non c’è più tempo da perdere.
Qual è l’oggetto del contendere? A inizio dicembre era stata fatta circolare tra i membri della coalizione una bozza di piano che aveva suscitato tre tipi di critiche.
La prima riguardava le azioni che avrebbero dovuto essere finanziate dal piano stesso. La seconda riguardava la governance del piano, ossia il processo decisionale per realizzarlo. La terza il modo con cui si era arrivati alla definizione della bozza, secondo alcuni senza un’adeguata collegialità. Italia Viva aveva presentato un documento in 62 punti in cui si facevano critiche e si proponevano soluzioni.
Immagino che anche gli altri partiti abbiano espresso commenti puntuali.
Da allora il piano è stato pesantemente rivisto. È molto più dettagliato, mette più enfasi sugli investimenti pubblici e meno su sussidi e bonus, mette più risorse su pubblica istruzione e sanità e lascia aperta la questione della governance. Questi cambiamenti mi sembra siano in linea con quanto richiesto da Italia Viva. È il piano giusto per l’Italia? Nei miei recenti interventi, ho notato che il piano dovrebbe essere migliorato.
Gli investimenti pubblici servono (sperando che si riesca a realizzarli più rapidamente che in passato), ma è fondamentale fare in modo che le imprese, il vero motore di un’economia di mercato, trovino attraente investire di più in Italia. E, a questo fine, la questione principale è di rimuovere i pesanti disincentivi esistenti a localizzare l’attività d’impresa nel nostro Paese. Da questo punto di vista il piano, nella sua attuale versione, resta carente soprattutto in tre aree. La prima area è la semplificazione burocratica (meno regole inutili, meno enti pubblici da cui ottenere permessi, eccetera), anche in campo fiscale. La seconda area è l’efficientamento della pubblica amministrazione che ne riduca i tempi di risposta: impossibile raggiungere questo obiettivo solo attraverso la digitalizzazione (il focus del piano).
Occorre introdurre nella nostra pubblica amministrazione moderni strumenti di gestione, di monitoraggio dei risultati, di adeguati incentivi volti a premiare il merito. La terza area è la riforma della giustizia: il piano riconosce l’importanza della giustizia, in tutte le sue componenti, per la crescita economica, ma le riforme previste sono limitate quasi soltanto ai disegni di legge già inviati in Parlamento. Disegni che non prestano adeguata attenzione a diversi aspetti, tra cui i fondamentali problemi gestionali dei tribunali e le procedure extragiudiziali. Servono riforme più incisive in queste aree e in alcune altre, tra cui il miglioramento della concorrenza come strumento per rendere più efficiente il nostro sistema economico. Quanto alla struttura di governance, tra le varie proposte che sono state fatte, quella più sensata è arrivata da Assonime: una struttura basata su una piccola (ma essenziale) unità di monitoraggio e coordinamento presso la Presidenza del Consiglio, la scelta di un ministro, anche tra quelli esistenti (per esempio quello per gli Affari europei) per guidarla, e la definizione in ogni ministero e ogni ente pubblico coinvolto di un responsabile per l’esecuzione.
Ora, si potrà essere più o meno d’accordo col fatto che il piano debba essere modificato in queste direzioni. Ma il punto fondamentale che voglio sostenere è che il piano può essere ancora migliorato. Fra l’altro, sarà la stessa Commissione Europea a fare le necessarie osservazioni. Se mancano riforme essenziali, ce lo diranno senz’altro.
Concludendo, questo governo potrà piacere o non piacere. È una coalizione di componenti molto diverse, anzi nemiche fino a poco tempo fa. Si è mossa lentamente e io stesso l’ho più volte criticata per la sua inerzia, per il balletto degli Stati generali dell’economia, per non aver prestato abbastanza attenzione al piano Colao, e per tante altre cose. Non è certo il mio governo ideale! Dico soltanto che è difficile, guardando dall’esterno, capire perché non possano trovare un accordo dopo che tanti cambiamenti sono stati introdotti nel Recovery Plan rispetto alla sua versione iniziale. In ogni caso, se una spaccatura deve esserci, dovrà essere sui temi sostanziali, non sui personalismi che sembrano oggi prevalere.
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