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Burocrazia e fisco, zavorre intollerabili per le imprese

ROMA – La premessa, resa immediatamente esplicita, è che per lui la presidenza di Confindustria è una «missione, al servizio delle imprese e quindi del Paese». E questo impegno deriva da una convinzione «forte, anzi fortissima»: e cioè che «la bassa crescita dell’Italia è determinata soprattutto dalla difficoltà di fare impresa nel nostro Paese». Giorgio Squinzi è al suo esordio pubblico come numero uno di Confindustria e nelle 39 pagine di relazione indica la rotta della confederazione che guiderà per i prossimi quattro anni: rimuovere queste difficoltà. «Fare l’imprenditore in Italia non è mai stato un mestiere facile. Oggi è diventata una sfida temeraria».
Ecco perché il suo primo compito – il «nostro» compito, dice il neo presidente riferendosi ai colleghi – è avere l’«ossessione della crescita» e «restituire fiducia». In platea tra i membri del Governo ci sono il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, il vice dell’Economia, Vittorio Grilli, i vertici di Camera e Senato, politici di maggioranza e opposizione, sindacalisti, 3.200 imprenditori, che hanno scandito la relazione con oltre 30 applausi. Il primo, quando Squinzi ha ringraziato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dicendo: «L’Italia ha bisogno di lui e di altri come lui». Il secondo, quando ha salutato e ringraziato la presidente uscente, Emma Marcegaglia.
Un discorso molto pragmatico, centrato sui temi reali che interessano le imprese, con poca politica. Il pressing a Governo e Parlamento è sulle «quattro urgenze assolute»: la riforma della Pa e la semplificazione normativa, che il neo-presidente chiama la «madre di tutte le riforme», i pagamenti della Pa, tagli alla spesa pubblica per ridurre la pressione fiscale e rilanciare i consumi, il credito alle imprese. «È una questione di sopravvivenza», scandisce tra gli applausi, chiedendo al Governo di aprire un confronto per una «nuova politica industriale» per la crescita. Con un rammarico, però: la riforma del mercato del lavoro: «Meno utile alla competitività del Paese e delle imprese di quanto avremmo voluto. Modifica il sistema, ma non sempre in modo convincente».
«Non chiediamo favori o privilegi». Il neo-presidente lo sottolinea. «Chiediamo di poter lavorare in un Paese meno difficile e inospitale; l’Italia è fatta di imprese speciali che hanno bisogno di un Paese normale». E quindi con un’«amministrazione normale, trasparente e imparziale», dove siano «i migliori a vincere, non i più furbi». Applaude la platea, anche quando Squinzi afferma: «Non possiamo più accettare che le imprese falliscano perché devono versare le tasse per forniture fatte allo Stato e che lo Stato non ha pagato».
Lo Stato deve accelerare i pagamenti, le banche devono attuare gli accordi firmati dopo i decreti del Governo: «Le banche devono attuare la moratoria, dare liquidità alle imprese, bisogna utilizzare le grandi potenzialità della Cassa depositi e prestiti». Anche perché «la carenza e i costi del credito sono il nodo più urgente da sciogliere, perché sta soffocando il tessuto produttivo». Per questo alle banche e allo Stato il neo presidente di Confindustria chiede uno «sforzo aggiuntivo». Come lo chiede sulla spending review e sui tagli alla spesa pubblica. L’applauso è più che convinto quando afferma che «gli italiani stanno sopportando grandi sacrifici e non capiscono perché l’azienda Stato non possa risparmiare».
Tagliare la spesa pubblica per ridurre le tasse: «Bisogna invertire la rotta, c’è urgente bisogno di riformare il fisco», ha detto Squinzi, dicendo che il total tax rate su un’impresa-tipo è al 68,5% e sollecitando anche un sistema fiscale «stabile». Non con regole che «cambiano ogni mese», facendo vivere le imprese nell’incertezza. Bisogna andare avanti con la lotta all’evasione fiscale e Squinzi ha condannato «qualsiasi violenza e intimidazione» verso i funzionari dello Stato, pur affermando che «spesso verifiche e accertamenti si basano su teoremi sprovvisti di solido ancoraggio legislativo».
Quattro urgenze, che non esauriscono il «grande tema» di una politica industriale per la crescita. Squinzi cita 11 punti, da ricerca e innovazione a energia, education e relazioni industriali. Anche la Confindustria di Squinzi, come quella della Marcegaglia, avrà come missione la difesa della legalità: «Il rispetto della legalità è essenziale per la convivenza civile e la crescita economica. Legalità e imprenditoria sono un binomio inscindibile».
Il Mezzogiorno, ma anche il Nord, indicati come grande questione del Paese: «Nell’European scoreboard dell’innovazione tutto il Nord Italia si colloca a metà classifica», ha detto il neo-presidente, sollecitando una «fiscalità di scopo» che premi gli innovatori. E le relazioni industriali: «Mi ritengo un uomo del dialogo non del confronto», ha detto a margine, dopo aver sottolineato nella relazione la necessità di attuare l’accordo del 28 giugno 2011, puntando ad un «vestito contrattuale su misura» per le imprese. Ed ha detto no a qualsiasi «imposizione per legge di forme di cogestione e codecisione» come previsto «a sorpresa» in un emendamento dal Ddl lavoro che affida al Governo la delega.
Bisogna cambiare, fare le riforme. Una sfida del cambiamento che coinvolge anche Confindustria: la globalizzazione, secondo Squinzi, dà un ruolo maggiore all’associazionismo. Le strutture della Confederazione devono essere adattate ai tempi, ma «senza sconvolgere un sistema che ha funzionato bene», ha detto citando la Commissione guidata da Carlo Pesenti. Per sé ha tenuto la delega sull’Europa: «Credo che reggerà, ma non va percepita solo come rigore, serve una casa comune per il fisco, il welfare, infrastrutture ed energia».

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