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Burgo, Intesa e Banco Popolare entrano nel capitale

Il futuro del gruppo Burgo è un castello di carta. Da un po’ di tempo a questa parte la cartiera di Altavilla Vicentina (Vi), che fa capo alla famiglia Marchi, è entrata in una fase di tensione finanziaria che non ha mancato di ripercuotersi sul piano industriale. Non stupisce, perciò, che venerdì 28 novembre i sindacati dei lavoratori – il gruppo conta 4.800 dipendenti in Italia – abbiano indetto uno sciopero nazionale, a Vicenza. Alla protesta, stando a quanto trapela dagli stessi organizzatori, avrebbero partecipato 500-600 persone. «Il primo produttore di carta in Italia e uno dei principali in Europa, con 11 stabilimenti nel nostro Paese – spiega Enzo Valente, rappresentante della segreteria nazionale Ugl chimici, carta e stampa – non può permettersi di reagire alla riduzione del fatturato chiudendo uno stabilimento all’anno, come accaduto prima a Chieti e da ultimo ad Avezzano, senza spiegare quale strategia stia adottando e senza presentare un piano industriale. Deve intervenire il Governo». Come si sia arrivati alla crisi lo spiega Gianluca Carrega, coordinatore nazionale industria della Slc Cgil: «Il vero problema del gruppo è il debito da quasi 1 miliardo ora in fase di rinegoziazione con le banche. Per restituire questi soldi ai creditori sono state drenate risorse che non è stato possibile investire nella crescita e nello sviluppo. La crisi ha fatto il resto». Dal bilancio del 2013 del Gruppo Burgo emerge una discesa della voce “ricavi”

a 2,3 miliardi, rispetto ai 2,5 del 2012, con una perdita netta di 147,84 milioni che si confronta con il “rosso” decisamente inferiore pari a 38,49 milioni dell’esercizio precedente. Sui conti dell’anno scorso hanno pesato come un macigno, per oltre 82 milioni, le “svalutazioni di attività non correnti”, così come gli oneri finanziari, per più di 64 milioni. L’indebitamento netto del gruppo, alla fine del 2013, era di 957 milioni, rappresentato principalmente da un finanziamento con Mediobanca, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare, con i primi due che figurano anche tra gli azionisti accanto alla famiglia Marchi con quote rispettivamente del 22% e del 4% (tra i grandi soci ci sono poi le Generali, al 12 per cento). All’origine dei problemi finanziari della Burgo c’è proprio questo finanziamento, che da solo dovrebbe valere sugli 800 milioni e che prevede alcune condizioni (in gergo covenant) che al 31 dicembre non sono state rispettate (in particolare il gruppo ha sforato sul rapporto tra posizione finanziaria netta e margine operativo lordo). Dietro richiesta della società guidata da Paolo Mattei, i creditori guidati da Mediobanca, la più esposta, lo scorso maggio hanno rinunciato a domandare la restituzione del prestito e hanno concesso una tregua per tutto il 2014. «Gli istituti – spiega il bilancio del Gruppo Burgo – hanno manifestato la disponibilità alla stipula di un nuovo accordo quadro in linea con la mutata situazione del mercato e del gruppo». E riguardo la ristrutturazione del debito e, in generale, il riequilibrio patrimoniale, cui è appeso il destino del gruppo, la data da segnare sul calendario è il 16 dicembre. Quel giorno si riunirà in seconda convocazione l’assemblea straordinaria dei soci della Burgo per approvare l’emissione di strumenti finanziari partecipativi, che consentiranno agli istituti di credito di entrare nel capitale (nel caso di Mediobanca e Unicredit di rafforzarsi), per un valore di 200 milioni, cui si aggiungerà un’obbligazione convertibile da 100 milioni. Da quel che si apprende in ambienti finanziari, obiettivo delle banche è rimettere in sesto il gruppo in modo che sia in grado di stare in piedi da solo. E se poi si dovesse anche trovare un socio industriale per il gruppo con base a Vicenza, come ad esempio Lecta Cartiere del Garda, tanto meglio. Intanto, il debito ha creato problemi anche con i revisori dei conti di Ernst & Young, che, come si legge nel documento allegato all’ultimo bilancio della Burgo, oltre a sottolineare a titolo di richiamo di informativa come la continuità aziendale dipenda dalla manovra finanziaria con le banche, hanno espresso dubbi sulla modalità di classificazione dei prestiti. In particolare, i revisori contestano come il debito del 2013 sia stato trattato con “il senno del poi”, ovvero tenendo già conto della tregua concessa nel 2014 dai finanziatori. Insomma, un prestito da quasi 1 miliardo, tanti problemi e una soluzione che, con l’assemblea di dicembre, sembra vicina. Anche se resta l’incognita dei lavoratori: «Non abbiamo idea – dice Carrega della Slc Cgil – se il nuovo piano industriale (approvato a maggio, ndr) preveda o meno tagli del personale».

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