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Bundesbank in trincea: «Restiamo contrari»

FRANCOFORTE — Il dissenso di Jens Weidmann, capo della Bundesbank, ieri non si è fatto attendere, per togliere ogni dubbio sull’identità dell’unico membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea che ieri ha votato contro il piano di acquisto di titoli di Stato. In un’intervista rilasciata al quotidiano britannico Financial Times, il presidente della «Buba» ha detto che «la politica monetaria rischia di essere sottomessa alla politica fiscale». E che l’adozione del piano «equivarrebbe a un finanziamento dei governi», i quali, secondo Weidmann, «potrebbero posticipare le riforme necessarie, minando ulteriormente la fiducia nella capacità dei leader dell’eurozona di risolvere la crisi». Inoltre il numero uno della Bundesbank ha espresso i suoi timori per la tenuta della stabilità dei prezzi.
Gli argomenti utilizzati dal 44enne Weidmann sono quelli lanciati già nel maggio 2010 dal suo predecessore Axel Weber, dimessosi poi per protesta. Salta all’occhio, comunque, che Weidmann continua a esprimere i timori di una parte rilevante dell’opinione pubblica di dover tappare con i soldi dei contribuenti tedeschi i «buchi» degli altri Paesi. Il nuovo programma annunciato ieri, molto diverso da quello precedente del 2010, ha comunque incontrato il favore di gran parte degli economisti tedeschi. Si sforza infatti di «razionalizzare l’azione dei governi», ponendo come condizione per l’intervento della Bce la richiesta di aiuto da parte degli Stati in difficoltà. D’altra parte, una costante della Bundesbank è sempre stata la sfiducia nei confronti dei governi, dai quali si ritiene orgogliosamente indipendente. La Bundesbank si è chiesta in questi giorni che cosa sarebbe accaduto se, dopo gli interventi della Bce e il calmieramento degli spread, i premier avrebbero interrotto le riforme, come aveva fatto l’Italia nell’agosto scorso. «Eurotower fermerà gli acquisti», ha detto chiaro il presidente della Bce Mario Draghi.
Un piano «weidmanniano», come l’hanno definito alcuni osservatori, ai quali il nuovo programma è apparso come un compromesso: non parla di tetti ai rendimenti, indica che l’acquisto di titoli può terminare se non serve più o se gli Stati non si adeguano. Inoltre impone condizioni ai governi e prevede un monitoraggio mensile del Consiglio sugli interventi.
Ciononostante Weidmann ha scelto ancora la strada dell’isolamento, votando contro i 21 colleghi del Consiglio. E perfino la cancelliera Merkel, ieri, la quale nei giorni scorsi aveva sostenuto il capo della Bundesbank, ha sottolineato che la Bce «agisce in piena indipendenza», nell’ambito del suo statuto.
E allora, come mai Weidmann, per quanto pragmatico, ha scelto la strada dell’opposizione a oltranza? Sembrando quasi ostaggio delle varie fazioni interne della Bundesbank?
La sua opposizione è stata ripagata, si dice, con l’attenuamento del nuovo piano rispetto alle opzioni sul tappeto. E perché in fondo, la banca centrale che ha servito da modello alla Bce deve mostrare all’opinione pubblica di non essere diventata irrilevante, anche se il voto di Weidmann in Consiglio ha lo stesso peso di quello del governatore di Cipro e di Malta. D’altra parte, dopo aver fatto le sue rimostranze, la Bundesbank dovrà attuare il piano di acquisti, come ha fatto il predecessore Weber.

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