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Buenos Aires sfida i fondi Usa

L’Argentina ha «vocazione a pagare» ed è escluso «un default del debito già ristrutturato». A reti unificate, con le sue straordinarie doti di comunicatrice, la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner è intervenuta in tv. Ventotto minuti in cui la primera dama ha ripercorso la storia argentina degli ultimi 20 anni, tra amnesie (collettive) e inganni (individuali), parole smarrite e ritrovate nel labirinto della memoria di un Paese che produce cibo per 400milioni di persone ma fatica sfamare una parte dei suoi 40milioni di abitanti.
La presidenta ha definito «un’estorsione» l’annuncio della Corte suprema americana che impone a Buenos Aires il pagamento di 1,3 miliardi di dollari agli hedge funds per bond in default, ma ha confermato il rispetto della prossima scadenza dei rimborsi, il prossimo 30 giugno, per 900 milioni di dollari. E ha sottolineato che «la volontà di negoziare del Paese è ampiamente dimostrata», riferendosi al 92% dei creditori che hanno accolto i concambi del 2005 e del 2010.
Un messaggio mirato a rassicurare gli argentini e la comunità internazionale, allarmati dall’idea di un altro default, prefigurato tutta la giornata di ieri dai siti dei principali giornali di Buenos Aires. Ciononostante, è giunto in serata un segnale negativo proprio dalla stessa comunità internazionale: Standard & Poor’s ha abbassato di due gradini, con outlook negativo, il rating del Paese portandolo da CCC+ a CCC-, citando, come ragione, «il maggior rischio di default».
La presidenta ha ribadito che il governo porterà avanti «tutte le strategie necessarie affinchè chi ha avuto fiducia nel Paese riceva i propri soldi», ha «confessato» di non essere stata sorpresa dalla decisione della Corte americana e, seguendo uno schema dialettico ben collaudato, ha precisato che quello che l’Argentina affronta «non è un problema finanziario o giuridico, si traduce nella convalida di un modello di business su scala globale» che potrebbe portare a «tragedie inimmaginabili».
In altre parole la Fernandez ha spostato l’asse del problema verso i meccanismi della finanza internazionale che impoveriscono e indebitano alcuni Paesi.
Intanto proprio ieri è stata avviata l’udienza finale dell’arbitrato Icsid promosso dagli obbligazionisti italiani che non hanno aderito al concambio, riuniti nella Task force Argentina (Tfa), contro il Paese sudamericano. Per la Tfa «l’Argentina viene ora decisamente richiamata alle sue precise responsabilità e, nell’eventualità non dovesse adempiere a quanto stabilito dal Tribunale, si troverebbe a confrontarsi con un default tecnico e con serie difficoltà di accesso ai mercati finanziari internazionali; tutto ciò in un momento in cui sono invece necessari ed attesi cospicui investimenti nel Paese».
«Un default tecnico in questo caso non dipenderebbe dall’obiettiva incapacità della Repubblica Argentina di onorare i propri debiti, ma dalla volontà di evitare rischi legali e tecnici connessi a tali obblighi» conclude la Tfa.
L’ipotesi più probabile, secondo gli analisti interpellati dal Sole 24 Ore, è che il governo di Buenos Aires avvii una trattativa, scongiurando un default doppiamente preoccupante: innanzitutto per l’instabilità in un momento così critico nei mercati internazionali. E poi per il messaggio paradossale: cadrebbe in default un Paese che ha ristrutturato il proprio debito.
Il capo gabinetto della Casa Rosada Jorge Capitanich e il ministro dell’Economia Axel Kicillof andranno nei prossimi giorni in Parlamento per «dare spiegazioni» in merito alla posizione del governo argentino dopo la sentenza della Corte suprema Usa sugli holdouts, al fine di «spiegare la portata del procedimento di ristrutturazione del debito e della sentenza americana». Un mese di passione, quindi. E non solo per i mondiali, come gli argentini avrebbero sperato.
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