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Budget, uomini premiati il doppio

La metafora del «2.0» ha invaso anche il mondo delle donne manager. Secondo l’autorevole Harvard business review (Hbr ), infatti, siamo ormai al «pregiudizio di genere di seconda generazione». Come mai, ci si chiede, anche le aziende con validi programmi di pari opportunità non riescono a smuovere di molto la percentuale di donne manager sul totale dei dirigenti? In Italia in 10 anni la quota è salita dal 24,3% al 28,7 del 2012, ma è pur sempre poco più di una su quattro, mentre le donne nel mercato del lavoro sono il 47,2%, quasi una su due lavoratori. Tanto più che nel top management la percentuale femminile è ferma al 9%.
«Molti capi azienda – scrive Hbr – investono tempo, denaro e buone intenzioni per aumentare il numero di donne in ascesa, ma alla fine succede ben poco». E tutto per via della «discriminazione 2.0», cioè non più un’esclusione deliberata, ma un insieme di «assunti culturali e strutture organizzative». Tra i primi c’è per esempio la convinzione dello stretto legame tra virilità e leadership: «Gli uomini assertivi sono visti come buoni manager, ma lo stesso comportamento è valutato come arrogante in una donna. Le quali se però usano uno stile più tradizionalmente femminile non vengono rispettate come leader».
E’ così che nelle donne dirigenti può cadere l’autostima. Marisa Montegiove che guida il gruppo donne di Manageritalia, il sindacato di quadri e dirigenti del terziario, concorda: «Discriminazione 2.0? In effetti nei dibattiti si parla molto di parità ma nelle aziende poco è cambiato. Così molte donne si sentono inadeguate e rinunciano alla carriera. Eppure una nostra indagine ci dice che le aziende con donne al vertice hanno subito meno l’impatto della crisi».
Nonostante ciò i compiti più impegnativi, quelli che fanno fare carriera, vengono assegnati agli uomini. Hbr cita uno studio di Catalyst su 1.660 laureati di business school: i progetti assegnati agli uomini hanno budget doppi e staff tripli rispetto alle donne. Quando poi una dirigente tiene il passo di un’organizzazione pensata al maschile (con scarso supporto ai compiti familiari e genitoriali) spesso viene penalizzata nella vita privata. Secondo un’indagine di Federmanager, il sindacato dei dirigenti dell’industria, le donne manager sono: 11,2% single contro il 3,1% degli uomini; 5,2% separate contro il 3,1%; 6,6% divorziate contro il 2,8%; 64,8% coniugate contro l’86,1% dei maschi. Più tempo in azienda, cioè, crea minor stabilità nel privato. Anche se porta buoni risultati. «In questa crisi – sostiene Elena Vecchio, coordinatrice di Minerva, il gruppo donne di Federmanager – proporzionalmente le donne sono state licenziate meno degli uomini. Forse perché hanno trasferito in azienda la loro capacità di gestire le emergenze familiari: maggior prontezza verso l’imprevisto e capacità di rimettersi in gioco». Tutti pregi che, comunque, non intaccano discriminazioni consolidate e universali come quella salariale. Colpisce il sondaggio del Chartered management institute condotto nel Regno Unito: in tutta la loro carriera dirigenziale le donne guadagnano in media 520 mila euro in meno di un collega uomo.

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