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Il buco di Brexit sgonfia l’Europa

Sarà una battaglia acerrima, molto più dura di quelle che l’hanno preceduta perché questa volta, ha riassunto ieri il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker presentando la sua proposta, il nuovo bilancio settennale (2021-27) dell’Unione dovrà «fare di più con meno risorse». L’uscita della Gran Bretagna apre un buco da 12-14 miliardi sul lato delle entrate e le nuove politiche strategiche comportano nuove spese annue per 8-10 miliardi.
Peggio, si dovrà riuscire a far quadrare il cerchio contabile in un’Europa già tradizionalmente sparagnina quando si tratta di finanziare politiche comuni ma oggi ancora più riluttante a farlo sotto la spinta dei neo-nazionalismi e dei populismi euroscettici che la attraversano quasi dovunque. E che nei Paesi del Nord, per lo più i maggiori contribuenti delle casse comunitarie, si esprimono nel rifiuto a versarvi più soldi. Unica eccezione la Germania che, con la Francia, si dichiara invece disposta ad aumentare il proprio contributo.
Inutile dire che in questo quadro si annuncia particolarmente in salita la strada negoziale per l’Italia, che non ha mai saputo primeggiare nella corsa alla difesa dell’interesse nazionale e che anzi spesso non è nemmeno riuscita a utilizzare tutti i fondi Ue di cui era ed è beneficiaria. Tra l’altro anche per ridurre il gap e rafforzare la convergenza con il proprio Sud.
Nella prossima tornata negoziale dovrà infatti fare i conti non solo con il taglio del 5% degli stanziamenti agricoli e dei fondi di coesione e l’inevitabile agguerrita concorrenza con partner decisi a contenere al massimo le proprie perdite scaricandole sulle spalle altrui ma anche, in quanto pagatore netto del bilancio Ue, con l’esigenza di fare la propria parte nel coprirne il deficit di risorse.
Di fronte alle nuove sfide che sferzano l’Europa e il suo futuro, sicurezza, immigrazione e protezione delle frontiere, rivoluzione digitale, intelligenza artificiale passando per competitività e innovazione tecnologica, ci vorrebbero coraggio e immaginazione, la voglia di un salto di qualità collettivo per sfruttare il valore aggiunto e l’effetto dimensione europei, tanto più all’indomani dello storico shock della secessione britannica. Tanto più perché Stati Uniti e Cina non attendono nessuno.
Invece il nuovo bilancio settennale, lo strumento di programmazione strategica per coglierle e provare a vincerle davvero quelle sfide, costi quel che costi, nemmeno questa volta riesce a cambiare l’identikit del suo autore: piccoli passi, stanziamenti con il contagocce perché la visione delle sfide non riesce più di tanto a superare gli steccati nazionali, con il risultato che lo spazio europeo è condannato ad accontentarsi di risorse residuali, a spartirsi briciole che non possono cambiare il corso delle cose europee.
E così per ora, sempre ammesso che al termine dei negoziati tra i Governi non finisca come nel 2013 addirittura ridotto in termini reali, l’Mff, come si dice in gergo (Multiannual Financial Framework), resta grosso modo uguale a quello vigente: leggermente sopra l’1% del reddito nazionale dei 27 Paesi Ue, per l’esattezza l’1,08% in termini di pagamenti effettivi per una somma totale di 1.105 miliardi. Però con meno entrate, britanniche, e più spese. Da coprire, secondo Guenther Oettinger, il commissario Ue competente, per metà con nuove risorse e per metà con tagli: «Niente rivoluzione ma evoluzione».
Gli unici programmi non penalizzati saranno Erasmus plus e Horizon, entrambi puntati sulla competitività europea del futuro, formazione e innovazione. Decisamente potenziati gli stanziamenti al capitolo immigrazione, protezione delle frontiere, aiuti esteri: l’Italia, insieme a Grecia e Bulgaria, dovrebbe comparire tra i maggiori beneficiari.
Non saranno soltanto falcidiati i fondi di coesione (come quelli agricoli): la loro erogazione sarà condizionata al rispetto non solo delle regole del semestre europeo ma ora anche a quelle dello Stato di diritto. Destinatari i paesi dell’Est e nel primo caso, almeno potenzialmente, anche l’Italia.
Niente bilancio dell’eurozona, perché così non vuole Berlino. Però 55 miliardi destinati a finanziare le riforme nei paesi euro e gli investimenti in caso di shock asimmetrici nonché l’ingresso di nuovi membri.
Se un bilancio scrive storia, vita e ambizioni di una famiglia, di una società, di uno Stato e di un’Unione, anche questo Mff purtroppo conferma che restano troppo piccole e fragili quelle dell’Europa di oggi. Stupirsi che resti un vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro che la circondano?

Adriana Cerretelli

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