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BTp, tassi ai minimi da due anni

Il costo del debito italiano torna ai livelli della fine 2010. Un balzo all’indietro importante, che cancella – psicologicamente – gli ultimi due anni di tensioni sui nostri BTp. Partiamo dai dati: il Tesoro ha collocato titoli a 10 anni al 4,45%, in calo di 49 punti base dal 4,92% di un mese fa, scendendo così ai minimi da novembre 2010. Ancor più forte il raffreddamento del titolo a 5 anni: il BTp 2017 è stato assegnato al 3,23% dal 3,8% dell’asta precedente, al minimo da ottobre 2010.
La domanda tuttavia non è stata fortissima. L’Italia ha collocato nel complesso 5,98 miliardi su un’offerta compresa tra 4 e 6 miliardi. Il rapporto di copertura sul titolo a 5 anni è sceso a 1,24 dal precedente 1,49 mentre, nel caso del decennale, il rapporto è atterrato a 1,18 dall’1,43. Il motivo? L’ipotesi più ragionevole è che il rally degli ultimi giorni – il tasso a 10 anni oscillava attorno al 4,75% venerdì scorso – abbia spinto i prezzi dei titoli italiani a livelli eccessivamente elevati rispetto alle attese. La fiammata potrebbe aver spaventato gli operatori e qualcuno potrebbe essere rimasto ai margini dell’asta. Non solo. La folle corsa del prezzo del BTp durante la seduta – tanto che il rendimento è sceso a un minimo del 4,48% prima del collocamento – ha invitato diversi investitori a ritrarre la mano dal mercato a partire da metà seduta così da incassare un po’ di profitti. Ecco perché a fine giornata il tasso del BTp è risalito fino a toccare quota 4,56%, comunque al di sotto della chiusura del giorno prima (4,59%). Lo spread si è fissato a 319 punti base. Meno brillante la giornata dei titoli più a breve e media scadenza: il tasso a cinque anni ha chiuso in rialzo di 4 punti base (al 3,42%), quello a 5 anni è salito di 6 punti (all’1,89%). «C’è una sorta di extension trade da parte di diversi operatori: ci si alleggerisce della parte più a breve della curva per scalare in avanti e cercare un margine di rendimento», spiega un operatore.
L’andamento delle aste e degli spread rafforza una sensazione: e cioè che in questi giorni il mercato stia vivendo una fase di forte propensione al rischio.
Non si registano solo acquisti di BTp, Bonos o dei titoli greci, ovvero di tutta quella carta periferica che è diventata più appetibile dopo il varo degli aiuti da Atene da parte dell’Eurogruppo. «Persino un’emissione limite come quella della Mongolia, Paese plurisalvato dall’Fmi, ha registrato una buona domanda», sussurrava ieri un trader.
Gli investitori globali sembrano alla disperata ricerca di rendimenti che gli asset più solidi, dai Bund ai Treasury, non riescono ad offrire. E così tutta la carta periferica in generale, complice il varo della terza tranche di aiuti ad Atene, entra nei portafogli. «Molti operatori sono ancora “corti” (in vendita, ndr) sul mercato, perchè partivano da un’impostazione pessimista sullo scenario europeo: oggi che il pericolo estremo, come la spaccatura dell’euro, è stato scongiurato, corrono ai ripari e comprano a mani basse», spiega un trader. D’altra parte, però, il mercato è ancora ricco di investitori che puntano ancora sui titoli «core», come Bund o OaT francesi. Un paradosso? Non proprio. Molti acquirenti istituzionali devono soddisfare requisiti minimi di rischiosità. Sono insomma costretti ad acquistare titoli ritenuti sicuri. Per rivedere di nuovo i grandi investitori istituzionali internazionali sull’Italia, insomma, ci vorranno gli upgrade dei rating. A occhio, un bel po’ di tempo.

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