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BTp, rendimenti ai minimi storici

Formalmente le decisioni annunciate la scorsa settimana a Francoforte non sono ancora state applicate, eppure i primi effetti delle nuove misure straordinarie della Banca centrale europea (Bce) sono già ben visibili sul mercato, e anche per molti versi paradossali. Ieri per esempio un titolo decennale spagnolo (2,57%) rendeva meno di uno degli Stati Uniti (2,61%), Italia e Gran Bretagna erano invece appaiate entrambe al 2,70%. Verrebbe da pensare quindi che investire nel debito di Madrid sia meno rischioso che puntare su quello di Washington, e che Roma e Londra siano sullo stesso piano, nonostante per le agenzie di rating siano separate da ben 7 gradini.
La realtà è naturalmente differente, perché si sta confrontando titoli di Paesi con Banche centrali e valute differenti, e il metro di paragone dei credit default swap (Cds) che molti utilizzano come misura del rischio lo dimostra: pur essendosi ridotto notevolmente, il costo per assicurarsi contro un’insolvenza dello Tesoro italiano nei prossimi 5 anni (85 punti base) è ancora quattro volte superiore a quello per proteggersi da un crack britannico (23); allo stesso modo la «polizza» per la Spagna (67) costa oltre tre volte quella sugli Stati Uniti (19).
Si potrà discutere a lungo su dove debba situarsi l’equilibrio fra gli «speculativi» Cds e i valori espressi dai mercati obbligazionari, ma non si potrà negare l’impatto che sui valori di questi ultimi abbiano esercitato gli annunci di Mario Draghi di giovedì scorso. Permangono infatti ancora molte perplessità e interrogativi fra analisti e commentatori su come per esempio potrà essere realizzato il nuovo piano di finanziamenti alle banche europee mirato alla concessione di prestiti alla clientela (T-Ltro).
C’è chi ritiene, e gli analisti di Deutsche Bank sono fra questi, che i nuovi flussi di denaro in arrivo non saranno facilmente canalizzabili verso le imprese, ma serviranno invece a sostituire le «vecchie» Ltro in scadenza (a un tasso addirittura più conveniente). Nel dubbio, sui mercati si comprano titoli che garantiscono ancora un minimo di extra-rendimento anticipando quindi quel «carry trade» che potrebbero effettuare le banche, e questo spiega in gran parte perché lo spread BTp-Bund si è ormai ridotto a 132 punti base (e quello del Bono a 119).
E si continua per la verità ad acquistare anche sull’azionario: quella di ieri è stata un’altra giornata da primato per Wall Street (massimi storici) e per Francoforte (il Dax ha chiuso per la prima volta sopra i 10mila punti), per l’Europa (da 6 anni) e per Piazza Affari (3 anni), dove il Ftse-Mib ha terminato in rialzo dello 0,82 per cento. Un movimento che almeno per quanto riguarda l’Europa è ugualmente indotto dalla prospettiva della piena attuazione delle mosse espansive proposte dalla Bce per scongiurare il rischio deflazione, se non addirittura dell’arrivo di nuove misure che Draghi potrebbe ancora estrarre dal cilindro.
Dove la Bce ha già fatto breccia, e a ben vedere, è sui titoli a scadenza più breve e sull’interbancario. La discussa decisione di portare in territorio negativo il tasso sul denaro depositato a Francoforte costringerà le banche a spostare i fondi lì dove esiste ancora un briciolo di rendimento, BuBill tedeschi, titoli olandesi e spagnoli, ma anche BoT: sotto questo aspetto sarà interessante vedere quanto in basso potrà spingersi il tasso sui titoli a 12 mesi che il Tesoro assegnerà domani per 6,5 miliardi.
E immediato è stato anche l’impatto della decisione di non procedere alla sterilizzazione degli acquisti di titoli di Stato nell’ambito del programma Smp, che tende ad alleviare le tensioni sul money market. L’Euribor a 3 mesi è infatti sceso allo 0,267% e quello a un mese allo 0,197%, livelli che non si vedevano da metà dicembre, e per gli analisti c’è spazio per ulteriori riduzioni. Anche l’euro ha perso qualche posizione, scivolando leggermente sotto quota 1,36 dollari, ma molto meno di quanto probabilmente ci si augurava anche all’Eurotower. E resta un caso.
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