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BTp Italia, la domanda rallenta

Sul fronte del reddito fisso, parte dell’attenzione degli operatori ieri era volta alla chiusura dell’asta del BTp Italia. In particolare, alla quantificazione della richiesta che sarebbe arrivata dagli investitori istituzionali. Ebbene, la somma è stata di 2,9 miliardi. Un valore che ha portato la raccolta complessiva per l’emissione a 7,506 miliardi. A ben vedere, si tratta di una somma lontana dalle sottoscrizioni concretizzate negli ultimi quattro collocamenti. In quei casi, infatti, le somme investite avevano oscillato tra 18 e 22,27 miliardi. Per ritrovare un’analoga cifra, al netto dell’asta del giugno 2016, le lancette dell’orologio devono essere riportare indietro fino all’emissione del BTp Italia del marzo 2012 (7,3 i miliardi raccolti allora). 
Certo il risultato meno brillante, dicono gli operatori, può spiegarsi con diverse motivazioni.
In primis, il basso livello dell’inflazione italiana. Inoltre, ha pesato la remunerazione non così attraente seppure, ieri, il Tesoro ha ritoccato al rialzo (1,25%) il tasso cedolare reale annuo definitivo (in precedenza era all’1,15%).
Poi, non può nascondersi una certa «saturazione» del prodotto finanziario che, con l’asta chiusa oggi, ha raggiunto la cifra di 94,37 miliardi totali emessi.
Infine, ma non meno importante (soprattutto per il retail che ha «sborsato» 4,57 miliardi), deve ricordarsi la concomitanza con le scadenze fiscali. Ad esempio, il pagamento della Tasi. Ciò detto, a fronte della soddisfazione di Maria Cannata, responsabile del debito pubblico del Mef, per avere «centrato l’obiettivo», in generale gli esperti hanno rimarcato la minore domanda rispetto al passato. Un fatto che, però, potrebbe interpretarsi anche come un ritorno alla normalità.
Fin qua il mondo del reddito fisso, dove peraltro lo spread BTp-Bund ha chiuso in leggero calo a 160 punti base. Quale, invece, l’andamento dei listini azionari? Qui, è scontato, il tema di fondo è stata l’attesa per gli Aqr della Bce e degli stress test sulle banche europee. Uno spartito principale all’interno del quale si sono inseriti, con diversa intonazione, i market mover di giornata.
Dapprima è stato il turno dei dati sulle prospettive dell’economia. Pubblicati in nottata il Pmi cinese (risalito da quota 50,2 a 50,4) e quello giapponese (52,8), a metà mattina è arrivato il Purchase managers’ index di Eurolandia.
In generale l’indicatore in ottobre, battendo le stime, ha accelerato a quota 52,2. In particolare, la sorpresa positiva è arrivata dalla Germania (51,8 il Pmi manifatturiero) mentre la Francia ha mostrato di dovere ancora affrontare difficoltà congiunturali (il Pmi si è «fermato» a 48, cioè sotto la soglia di 50 che separa la crescita economica dalla contrazione). In un simile contesto, cui si è aggiunto un report di S&P che ha sottolineato il rischio di una nuova recessione in Europa, le Borse Ue si sono mosse contrastate.
A mettere tutti d’accordo, però, è arrivata nel pomeriggio Wall Street. Il listino, aiutato dal numero di richieste per i sussidi negli Usa in linea con le attese e il buon andamento del Superindice (+0,8%), ha aperto al rialzo. Un evento che ha spinto agli acquisti anche nel Vecchio Continente. Così, alla fine, un po’ tutti i mercati hanno chiuso in positivo. La piazza migliore è stata Parigi (+1,28%) seguita da Francoforte (+1,2%) e Milano (+0,88%).
Sul fronte delle monete, invece, l’euro è risultato debole, chiudendo a 1,264 verso il dollaro. Quest’ultimo, peraltro, può essere stato aiutato anche dai positivi dati di diverse trimestrali.
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