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BTp in tensione, lo spread torna a 180

All’improvviso gli investitori sembrano aver scoperto chele elezioni europee sono ormai alle porte: temono un’affermazione delle forze anti-europeiste che possa frenare il processo di riforme in atto, specialmente nei Paesi ritenuti più a rischio del Continente, si inervosiscono e finiscono per riversare sul mercato i titoli di questi ultimi. Questa era almeno la ragione principale attraverso la quale si tendeva ieri a spiegare la nuova ondata di vendite abbattutasi sui bond della «periferia» europea dopo la pausa di venerdì.
La paura delle urne non convince però evidentemente tutti: gli analisti di Ubs sostengono per esempio che l’impatto sui mercati del voto per il Parlamento di Bruxelles sia in sé limitato, anche se i partiti meno «tradizionali» dovessero registrare un successo. Il problema, secondo la banca d’affari elvetica, è che «indipendentemente dalle elezioni europee, il rally delle attività a rischio ha già fatto il suo corso e gli spread sui sovrani si sono ridotti in modo eccessivo». Una prova per tutte della sopravvalutazione? «Gli attuali prezzi dei titoli di Stato – sostiene Ubs – sarebbero coerenti se il rating della Spagna fosse più alto di quattro livelli, se l’Irlanda venisse promossa di tre gradini, gli altri Paesi di almeno uno e questo non è verosimile».
Se le cose stessero in questo modo, le imminenti consultazioni elettorali non sarebbero quindi altro che un buon pretesto per rinnovare l’antico adagio «sell in may», vendere in questo mese di maggio appunto. La realtà impone intanto di ricordare che ieri il rendimento del decennale italiano si sia riportato al 3,14% (massimi da oltre un mese) e lo scarto nei confronti della Germania di nuovo a 180 punti. Il fatto che i titoli spagnoli siano risaliti un po’ di meno (3%, spread col Bund a quota 166) ha fatto pensare ancora una volta alle possibili ripercussioni del deludente dato sulla crescita italiana diffuso la scorsa settimana. E il continuo dibattito sulla necessità o meno di ricorrere a una manovra supplementare per far quadrare i conti del nostro Paese ha aggiunto ulteriore nervosismo.
A mantenere i nervi saldi è però il Tesoro che, in attesa delle nuove aste di fine mese ha ieri annunciato un’operazione di concambio riservata agli specialisti e da tenersi domani: saranno offerti BTp dicembre 2018 in sostituzione di titoli di scadenze (e cedole) varie comprese fra l’aprile 2015 e l’ottobre 2017. L’operazione, il cui controvalore non potrà eccedere i 2,5 miliardi di euro, è di natura tecnica, ma la sua realizzazione in giornate di tensione in crescita sul mercato testimonia l’aria di fiducia che si respira nelle stanze di via XX Settembre.
Anche ieri sono intanto proseguite fra gli operatori le discussioni sulle possibili contromosse della Banca centrale europea (Bce), alimentate peraltro da dichiarazioni ufficiali di esponenti di primo piano del board. Per Yves Mersch, membro lussemburghese del Comitato esecutivo dell’Eurotower, le possibilità di un intervento già nella prossima riunione di giugno sono «aumentate in modo considerevole». Anche il «falco» Jens Weidmann della Bundesbank, da parte sua, si è mostrato possibilista, ma ha avvertito che «sarebbe poco lungimirante concentrarsi solo sul cambio dell’euro e ignorare l’effetto di stimolo derivante dai bassi tassi di interesse».
Anche per questo, probabilmente, la valuta comune è rimasta ancora una volta appesa a quota 1,37 dollari, a dispetto delle generali attese per un deprezzamento legato proprio alle possibili misure della Bce (che però gli operatori ritengono ormai scontate dalle valutazioni di mercato) e anche per il continuo scivolare dei rendimenti dei titoli Usa (ieri il T-Bond decennale è finito sotto il 2,5% per poi risalire sul finale). A guadagnare terreno è stato ancora una volta lo yen, ormai ai massimi da oltre 3 mesi sia sulla divisa europea, sia sul biglietto verde: per molti si tratta di un evidente segnale di avversione al rischio da tenere bene in considerazione.
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