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Btp In equilibrio tra il 4 e il 6%

di Angelo Druisiani

Il mondo esterno guarda al debito italiano da due differenti e contrastanti angolazioni. Da un lato, autorità monetarie, banche centrali e organizzazioni finanziarie internazionali, esprimono spesso pareri preoccupati sul futuro dei titoli di Stato del nostro Paese.
Doppio
Dall'altro c'è, per fortuna, la corale e consistente partecipazione alle aste degli investitori istituzionali, tra i quali non mancano certo gli operatori internazionali. Ai collocamenti di giovedì e venerdì scorsi, che hanno visto il Tesoro italiano proporre, in ordine temporale, Ctz con scadenza fine gennaio 2014, Btp indicizzati all'inflazione con scadenza metà settembre dello stesso anno e due emissioni di Bot con scadenza, rispettivamente, fine luglio e fine dicembre prossimi, le domande di titoli prevenute hanno di gran lunga superato le offerte del debitore pubblico. Inatteso il successo incontrato dallo strumento indicizzato all'inflazione d'area euro, richiesto per un importo quasi triplo, rispetto a quanto fissato dal Dipartimento del Tesoro.
Se l'aspetto quantitativo ha rappresentato un successo per l'emittente pubblico, confermando l'interesse nei confronti dei titoli di Stato italiani, altrettanto si può affermare per l'aspetto qualitativo, dal momento che all'eccesso di domanda ha corrisposto una riduzione dei rendimenti pagati ai sottoscrittori.
Sulla falsariga, peraltro, di quanto si è verificato sul mercato primario d'area euro per collocamenti di prestiti del debito pubblico di altri Paesi definiti periferici, Spagna in primis. Verrebbe da chiedersi: chi ha ragione tra i due diversi punti di vista? Probabilmente entrambi. I primi che, con i loro interventi di carattere ufficiale, stimolano i governi a mantenere alta l'attenzione sulle prospettive dei debiti, affinché il loro valore complessivo e il rapporto tra deficit annuale e prodotto lordo tendano a diminuire.
I secondi che, valutando le strategie degli stessi esecutivi, ritengono possibile l'uscita dalle situazioni più difficili, alla quale, in prospettiva, dovrebbe corrispondere un generalizzato calo dei rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi periferici, tra cui, naturalmente, quelli italiani.
Mese
Oggi termina la sessione di gennaio delle aste pubbliche del Tesoro, con il collocamento di un valore nominale di 8 miliardi di euro di emissioni a cedola fissa, Btp, con scadenza minima poco più che quadriennale e massima poco più che decennale.
Un'ottima occasione per chi deve reinvestire la liquidità che gli deriva dall'accredito del controvalore e delle cedole di titoli rimborsati, perché giunti alla naturale scadenza, o per chi, disponendo comunque di liquidità, intende dare vita ad un portafoglio obbligazionario, destinandone una parte ad emissioni del Tesoro italiano. Premesso che Bot, Btp, Cct o Ctz dovrebbero rappresentare una quota importante del portafoglio ma non devono monopolizzarlo, le loro emissioni scambiate nel mercato secondario sono numerose e, per questo motivo, sono in grado di soddisfare ogni tipo di esigenza. Oggi il decennale italiano rende poco più del 6% (ricordiamo che nei momenti più bui si è arrivati all'8%), mentre con i triennali si viaggia intorno al 4%.
Le quotazioni più interessanti, per chi ama investire a prezzi inferiori al valore nominale, le propongono i Cct e i Btp indicizzati all'inflazione. I loro valori sono infatti particolarmente depressi (e quindi forieri di rendimenti interessanti nel futuro con l'avvicinamento al nominale) non solo perché non sono compresi nel programma di interventi organizzati dalla Bce a sostegno dei debiti pubblici in difficoltà, ma anche perché nè il tasso d'inflazione nè i rendimenti di mercato sono previsti, al momento, in risalita.
I prezzi di scambio dei titoli a cedola fissa, i Btp, si attestano a valori più vicini al nominale, fatta eccezione per le durate decennali o per le emissioni il cui flusso cedolare è basso.
In questa fase, il comparto dedicato ai titoli di Stato potrebbe essere suddiviso a metà, tra scadenze massime triennali, (50%) e scadenze che vanno da tre a cinque anni, (35%), e da cinque a dieci, (155). Una simile indicazione vale non solo per la parte investita in titoli del tesoro italiano, ma anche in emissioni governative di altri emittenti, Francia, Austria, Germania e Finlandia, limitando la strategia ai soli Paesi d'area euro.

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