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I Btp in dollari fanno subito il pieno: il ritorno dopo 9 anni vale 7 miliardi

Il ritorno in scena dei bond governativi italiani denominati in dollari dopo nove anni di assenza ha acceso l’interesse dei mercati.

Le richieste arrivate da oltre 250 operatori internazionali hanno superato la soglia dei 18 miliardi di euro. E il Tesoro ha collocato titoli per 7 miliardi complessivi: 2,5 miliardi sono andati al titolo a 5 anni, 2 miliardi sono stati assorbiti dal decennale e gli altri 2,5 sono finiti alla scadenza a 30 anni. Un successo, insomma: che può preludere a un bis nei prossimi mesi fatto intravedere dallo stesso ministero dell’Economia nelle comunicazioni degli ultimi giorni.

Nel mondo dei rendimenti negativi, insomma, i titoli italiani si confermano merce preziosa per gli investitori, anche con le cedole drasticamente alleggerite negli ultimi mesi dal bis del Quantitative Easing della Bce prima e dal cambio di governo poi. Ieri lo spread del decennale sul Bund tedesco si è leggermente allargato a 154 punti, dai 152 dell’apertura: ma la dinamica del differenziale è stata tutta di marca tedesca, perché il rendimento del Btp benchmark in realtà è sceso di un punto base da 0,95% a 0,94%.

Nell’emissione in dollari il 5 anni è stato collocato al prezzo di 99,719, con un rendimento lordo del 2,435% in dollari, il decennale a 99,089 con rendimento al 2,981% e il 30 anni a 99,619 con rendimento al 4,022%. Ma a tutto questo va applicato il meccanismo degli swap, e in termini equivalenti in euro i rendimenti sono in linea con le stesse scadenze dei Btp “tradizionali” denominati nella moneta Ue. Proprio a questo serve il complesso sistema dei Csa (Credit Support Annex), gli accordi bilaterali di garanzia firmati dal Tesoro con tutte le controparti per abbattere il costo dei derivati necessari a proteggersi dal rischio di cambio.

Da qui arrivava infatti l’ostacolo principale che ha tenuto lontani i Bond italiani dal mercato globale dei titoli in dollari (gli unici in circolazione ora erano i 3,5 miliardi di trentennali emessi nel 1993 e i 2 miliardi collocati qualche anno dopo con scadenza 2023) . Perché le regole fiorite dopo la crisi finanziaria hanno finito per gonfiare i costi degli swap valutari, cancellando in partenza la convenienza di emettere titoli in dollari. Per superare il problema è stata messa in campo l’architettura normativa e legale la cui costruzione ha richiesto più di due anni di lavoro: a fine 2017 il «decreto garanzie» ha posto la base normativa, mentre la seconda metà del 2018 è servita a chiudere gli accordi bilaterali Csa. Poi ci si è messa l’impennata dello spread che ha accompagnato i 14 mesi del governo gialloverde a tenere fermi ai box i Btp in dollari.

I numeri del nuovo debutto gestito con Barclays, Hsbc e Morgan Securities sono indicativi. I dettagli sugli operatori ieri sera non erano ancora disponibili. Ma è certo che gli acquisti hanno largamente superato i confini degli Stati Uniti: la Sec aveva infatti rilasciato un’autorizzazione per 3 miliardi di dollari, ovviamente limitata al mercato Usa, ma le operazioni di acquisto sono state diffuse a livello globale. In un mercato (come scritto sul Sole 24 Ore di martedì) che per il tramite degli istituti di credito si potrà allargare al mercato retail.

Gianni Trovati

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