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BTp decennali, nuovi minimi dal 2006

La chiusura di Wall Street per festività rendeva la giornata di ieri ideale per misurare l’impatto delle vicende politiche italiane sui mercati. I movimenti sono stati però piuttosto limitati, almeno sulle Borse, che del resto uscivano dalla migliore settimana dell’anno: Piazza Affari ha chiuso a +0,11%, più o meno come il resto d’Europa, ieri sostanzialmente allineato sulla difensiva nonostante i dati da record sul credito provenienti dalla Cina.
Qualcosa di più si è indubbiamente visto sui titoli di Stato italiani, i cui rendimenti hanno proseguito la discesa degli ultimi tempi fino a segnare nuovi minimi (il decennale si è portato al 3,61%, livelli del 2006) e a ridurre lo scarto rispetto al Bund tedesco (193 punti base) come mai era accaduto dal luglio 2011. Ma sull’attribuire il movimento a una sorta di effetto-Renzi non proprio tutti gli operatori sono d’accordo. Basta infatti guardarsi un po’ attorno per capire che gli acquisti ieri sono piovuti su tutti i «periferici» europei: il rendimento decennale spagnolo (il nostro vero metro di paragone, di questi tempi) è sceso al 3,53%, quello portoghese al 4,80 per cento.
Duello fra le agenzie
C’è poi da considerare il potenziale impatto favorevole del giudizio di Moody’s, che venerdì (a mercati ormai chiusi) aveva migliorato a «stabili» da «negative» le prospettive sul debito italiano (il rating, invece, era rimasto «Baa2»). Su questo aspetto occorre però rilevare come ieri (a listini ancora aperti stavolta) sia stata Fitch a dire la sua, cogliendo sfumature decisamente differenti rispetto alla «sorella». L’agenzia di rating ha infatti sottolineato che l’avvicendamento a Palazzo Chigi (il quarto dal novembre 2011) «mette in evidenza la volatilità della politica italiana» e soprattutto che «l’incertezza sulla durata dei Governi e sulla loro capacità di effettuare riforme strutturali e consolidamento fiscale sia una delle ragioni alla base dell’outlook negativo».
Il giudizio di Fitch sull’Italia («Bbb+») resta dunque in sospeso, così come rimane elevato lo scetticismo sul compito di Renzi, «che dovrà probabilmente affrontare difficoltà simili a quelle del predecessore nel costruire e tenere insieme un governo in grado di attuare riforme che stimolino la competitività e la crescita dell’Italia, nel rispetto dei paletti fiscali europei e italiani». Parole decisamente più dure quindi rispetto a quelle pronunciate qualche giorno fa da Moody’s, ma che non hanno smosso più di tanto i listini, e che lasciano i consueti dubbi sulla capacità di influenzare gli investitori da parte delle agenzie di rating.
Rehn: l’Italia rispetti il 3%
Sulle vicende di casa nostra ieri è peraltro intervenuto da Bruxelles anche il commissario agli affari economici Olli Rehn, esprimendo «fiducia» sul fatto che le istituzioni democratiche italiane possano «facilitare la formazione dell’esecutivo senza intoppi per poter fronteggiare la sfida della competitività e dell’alto debito pubblico». Sotto quest’ultimo aspetto, Rehn ha gelato in gran parte le aspettative di quanti chiedono a Renzi e al nuovo esecutivo di mettere in discussione la soglia del 3% sul deficit/Pil: «L’Italia – ha ribattuto – è un Paese profondamente europeista e confido che continuerà a rispettare i trattati che comprendono anche quello di stabilità e crescita».
Archiviata una giornata relativamente tranquilla, nella quale l’euro e l’oro hanno tuttavia entrambi approfittato della debolezza del dollaro portandosi ai massimi rispettivamente da inizio anno (oltre quota 1,37) e da tre mesi e mezzo (1.330 l’oncia), l’attenzione si sposterà fin da oggi alle vicende macroeconomiche europee con l’indice Zew sulla fiducia delle imprese tedesche. Da questi dati gli investitori si attendono conferme dopo le indicazioni incoraggianti sul Pil europeo di venerdì scorso. E con il rientro sui mercati degli investitori statunitensi si tornerà a fare sul serio.

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