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BTp decennali ai minimi dal 2005

Che il lancio del nuovo BTp decennale del Tesoro potesse svolgersi senza problemi lo si era probabilmente già capito dall’esito favorevole delle aste dei due giorni precedenti e soprattutto dall’insolita riduzione dei rendimenti già alla vigilia, sintomo di un certo appetito degli investitori per la «carta» italiana. L’operazione di ieri è però andata oltre le più rosee previsioni: i 4 miliardi di euro di titoli a 10 anni hanno ricevuto richieste elevate (oltre 6,3 miliardi, 1,58 volte l’offerta) e sono stati piazzati a un tasso lordo del 3,42% come non accadeva dal luglio 2005.
Il fatto che i rendimenti siano stati addirittura inferiori a quelli a cui il titolo viaggiava in precedenza sul «mercato grigio» è da una parte la riprova che gli operatori abbiano fatto la fila per acquistare il nuovo benchmark, dall’altra ha contribuito a sostenere anche le altre emissioni: sempre ieri il tasso del BTp a 5 anni ha toccato un nuovo minimo storico al 2,14% grazie anche a un rapporto fra domanda e offerta (3 miliardi) pari a 1,6; quello dei CcTeu scadenza aprile 2018 (1,033 miliardi) è sceso all’1,43% e quello dei CcTeu novembre 2018 (967 milioni) all’1,56 per cento.
La tre giorni di aste del Tesoro, il primo appuntamento nel segno del neonato governo Renzi, si è dunque conclusa nel migliore dei modi. E non c’è dubbio che la fiducia dimostrata dai mercati nel nuovo inquilino di Palazzo Chigi, ribadita ieri anche dal Fmi attraverso il portavoce Gerry Rice, abbia dato un contribuito significativo a questo esito. Lo dimostra il paragone con la Spagna, agganciata e superata nella sfida dei titoli decennali: ieri il rendimento del BTp è sceso ai minimi dal gennaio 2006 al 3,46% (spread col Bund a 190 punti base), due centesimi in meno rispetto al Bono iberico con pari scadenza.
È però altrettanto evidente che il Tesoro ha comunque trovato terreno favorevole in questi giorni, vuoi perché la liquidità a disposizione degli operatori era ampia (13,5 miliardi di un CcT in scadenza il primo marzo e cedole in maturazione per 7 miliardi), vuoi perché l’impostazione del mercato sul reddito fisso è decisamente rialzista. Ieri, per esempio, sono balzati all’insù prezzi di un po’ tutti i bond europei, compresi quelli dei Paesi «core», tanto che il rendimento del Bund è contestualmente sceso all’1,56 per cento.
Qui però si apre un altro tema, che ha dominato la giornata passata e che promette di condizionare anche la prossima settimana: quello delle possibili mosse anti-deflazione della Bce. Il movimento (e il contestuale arretramento delle Borse, Milano -0,39%) può essere infatti ricondotto al dato inaspettamente debole sui prezzi al consumo tedeschi di febbraio (+1% annuo quando le attese erano per un aumento dell’1,2%) che ha accresciuto le aspettative per la riunione dell’Eurotower di giovedì.
Un terzo circa degli operatori intervistati da Reuters si attende ora un’ulteriore sforbiciata ai tassi (dai 5 ai 15 centesimi rispetto all’attuale 0,25%), altri puntano invece su mosse «non convenzionali» quali la riduzione del tasso sui depositi (che diventerebbe quindi negativo) o la sospensione della sterilizzazione degli acquisti di bond legati al programma Smp. È quindi verosimile che oggi gli occhi saranno tutti puntati sui dati sull’inflazione negli altri Paesi dell’Eurozona (e su quello complessivo, atteso a +0,7%), che saranno diffusi in mattinata. Wall Street, da parte sua, ha chiuso sul nuovo massimo (S&P500 a 1.854 punti)dopo che il neo-presidente della Federal Reserve Janet Yellen (vedi articolo sotto) ha lasciato la porta aperta a una pausa nel temuto «tapering».
I temi delle banche centrali, insomma, si riprendono la scena dei mercati. Almeno fino alla riunione della Banca centrale Usa, in programma il 18-19 marzo.
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