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Btp come inseguire le nuove speranze

di Angelo Druisiani

L' aria più serena dell'Ovest, come si tradurrà nei portafogli obbligazionari? Chi ha creduto nell'eccessiva penalizzazione dei titoli italiani porterà prima o poi a casa il premio del suo patriottismo?
Dopo la notte in cui (forse) salvarono l'euro, lo spread tra Bund e Btp era a 370 punti, il decennale italiano rendeva quindi il 6%, molto più del corrispondente titolo francese. Dopo due anni di incertezze, di prezzi obbligazionari in caduta, uno spiraglio di sereno è arrivato nella riunione delle autorità europee tra il 26 e il 27 ottobre scorsi.
La decisione di attribuire alle emissioni governative greche un valore dimezzato ha paradossalmente rasserenato il clima.
Campo
Sgombrando il campo da timori di fallimento globale, il mercato ha considerato l'avvenimento come il male più accettabile. Ma l'aspetto più interessante è che forse la classe politica europea ha capito che solo con una vera unità di intenti, e con decisioni tempestive, sarà possibile sanare altre situazioni difficili. Ed è proprio la tempistica delle scelte a rappresentare il momento più difficile per chi gestisce il patrimonio.
Accade molto spesso che in fasi di risalita delle quotazioni si tenda a posticipare la vendita degli strumenti che si hanno in portafoglio, nella convinzione che l'aumento non finirà in tempi brevi. Ed accade anche il caso contrario, perché quando i mercati esprimono tendenze negative e i prezzi diminuiscono, si aspetta a comprare pensando che il loro calo non sia finito. Ma c'è di più: quando salgono i prezzi, non di rado si acquista anche su valori eccessivi. E si fa il contrario, cioè si vende a quotazioni già minime. Come è accaduto in questo periodo con Btp & co.
I valori di scambio dei titoli di Stato italiani sono precipitati da inizio luglio e alle attuali quotazioni corrispondono rendimenti molto interessanti. Analogo ragionamento vale anche per molte obbligazioni societarie, in particolare per quelle del comparto bancario. Chi ha queste tipologie di strumenti in portafoglio adesso potrebbe essere più speranzoso in una svolta positiva.
In effetti, un'emissione del Tesoro italiano offre un rendimento lordo del 4,50% circa a due anni, che sale di un punto, per la durata quinquennale e sfiora il 6 per cento, per la scadenza a dieci anni. I titoli francesi pagano, rispettivamente, l'1,05%, il 2% e il 3,10% per analoghe scadenze.
È naturale domandarsi se davvero un differenziale di rendimento tanto elevato sia giustificato dal livello dell'indebitamento e dalle prospettive delle due economie.
La risposta è negativa e, pertanto, non è da escludere che la redditività delle emissioni italiane sia fin troppo salita e che, a questi livelli, sia più opportuno acquistare titoli di Stato piuttosto che venderli, riducendone la presenza in portafoglio.
Non dissimile è la situazione che caratterizza i rendimenti dei titoli societari. Un'emissione di Intesa Sanpaolo con scadenza gennaio 2015, poco più che triennale, offre un rendimento lordo del 5,25%, che sale all'8,50% per un'obbligazione di Unicredit con scadenza febbraio 2016. Fiat febbraio 2015 propone il 7,75% lordo. In tutti i tre casi, la quota minima da sottoscrivere è di 50 mila euro. Per chi dispone di patrimoni non rilevanti, è meglio rimanere sui titoli governativi, bilanciando i differenti debitori, riservando ai titoli italiani una quota non superiore al 15%.
Idee
Chi dispone di capitali superiori può spaziare in tutti gli ambiti, scegliendo anche tra i prestiti societari.
Se l'obiettivo principale è la ricerca di sicurezza, a scapito della redditività, la percentuale da attribuire ai titoli del Tesoro italiano o ai prestiti bancari del nostro paese dovrebbe essere inferiore al valore indicato (15%) e fermarsi al 7,5%. Se si sceglie questa politica di gestione, però, non ci si deve poi lamentare se il capitale investito non produrrà interessi a fine anno.
L'aspetto negativo è che il valore del capitale stesso sarà rimasto pressoché invariato, ma il suo potere d'acquisto risulterà comunque inferiore, rispetto ad inizio periodo, perché decurtato della svalutazione prodotta dall'incremento dell'inflazione. Anche se, in questa fase, viene indicata in aumento modesto, in prevedibile ulteriore calo nel 2012.

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