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Btp e Borsa, la vigilanza dei mercati

Si è sentito dire che lo sconquasso subito dai nostri Btp e dalla nostra borsa sia giunto inaspettato. Di certo, la violenta reazione delle ultime due settimane dimostra quanto i mercati finanziari fossero impreparati a un tale shock. C’è un episodio che illustra piuttosto bene quanto grande sia stata la compiacenza degli investitori verso il rischio Italia da qualche mese a questa parte. Nella sola seduta di martedì, il fondo obbligazionario Janus di Bill Gross ha perso oltre il 3%: una enormità, se si pensa che una gestione è per definizione diversificata e il peso dei titoli pubblici italiani è solo una fetta del patrimonio.

Ma, l’ex «re dei bond» ha commesso due errori fondamentali: il primo nel vendere al ribasso i Bund tedeschi, nella convinzione che fosse ingiustificato il divario di rendimento rispetto ai Btp; il secondo nel comprare proprio questi ultimi, credendo che la mano benevola della Bce e la discreta ripresa economica italiana non giustificassero rendimenti così elevati. Ma il Btp, che ancora a inizio maggio rendeva l’1,75%, è finito oltre il 3,3%; e il Bund, che a febbraio era attorno allo 0.75%, s’è ritrovato sotto lo 0,3%. Fatto sta che, mentre la paura di un governo orientato a ridiscutere gli accordi europei su deficit e debito pubblico consigliava gli investitori a vendere precipitosamente i Btp, dall’altro li invitava a rifugiarsi nella sicurezza dei Bund e dei Treasury americani. La prospettiva (assai vaga a dire il vero) di un’uscita dell’Italia dall’euro è stata il pretesto per accentuare il ribasso e uno spread schizzato oltre i 300 punti ha richiamato i turbolenti mesi di fine 2011. Sebbene la situazione sembri essersi un poco quietata nelle ultime 3 sedute, nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà nei prossimi mes: per parafrasare Goldman Sachs, non si ha la minima idea di quello che ci destinerà il futuro.

Crisi e spreadUn’avvisaglia di quanto è successo si poteva cogliere fin dall’esito elettorale del 4 marzo. Invece i mercati, non solo non hanno drammatizzato, ma si sono mostrati oltremodo compiacenti e lo spread, che a fine febbraio viaggiava oltre i 130 punti, era sceso a 120 a inizio maggio: segno che la scommessa di Bill Gross è stata ampiamente condivisa. Tutto è precipitato dal 16 maggio, e chi aspettava uno spread sopra i 200 punti per muoversi in deciso ribasso, così aveva preavvertito Goldman Sachs, non ha perso tempo. Come spesso succede sui mercati finanziari, le cose precipitano in un lampo perché ci si muove con la leva dei derivati.

È piuttosto ozioso chiedersi chi abbia venduto. Il 65% dei nostri titoli di Stato è nei portafogli italiani, tra Banca d’Italia (quasi il 20%), banche (20% circa), assicurazioni, fondi e privati; gli investitori esteri detengono il resto e sono quasi tutti europei. Quelli americani contano sì e no per l’1%, eppure sono stati i primi ad agitare le acque.

Quando sui mercati si crea una tendenza speculativa, non sono le vendite vere (o gli acquisti) a determinarla, quanto le operazioni con i derivati e nel nostro caso le vendite di future e opzioni di chi possiede i titoli (per protezione) e soprattutto di quanti vanno allo scoperto: il tutto esacerbato dal trading dettato dagli algoritmi.

Le vendite vere arrivano in seguito, se la situazione si aggrava, se il rating dovesse scendere sotto il livello minimo per investire e se qualche operatore fosse costretto a liquidare le posizioni.

In quella fase si assiste anche alla fuga dei capitali con il denaro che prende la via verso i conti esteri, perfettamente legale verso la Germania o altri paesi forti dell’Eurozona. Se questo fenomeno sia già in essere in Italia lo scopriremo fra un mese, osservando il sistema del Target2. Nel frattempo, più che fare affidamento su un intervento della Bce (quello estremo implica una cessione di sovranità), sarebbe più opportuno augurare una maggior ragionevolezza tra le forze politiche.

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