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BTp a segno, Borse in rialzo in attesa del Qe

Il petrolio che ancora crolla. E, poi, il buon esito delle aste sui BTp. Senza dimenticare, infine, da una parte la produzione industriale italiana in novembre migliore delle attese. E, dall’altra, l’apertura in rialzo di Wall Street anche in scia al balzo della fiducia delle Pmi statunitensi (al massimo dal 2006). 
Tutti elementi che hanno influenzato i mercati. E tuttavia, sul fronte dei listini azionari Ue, il vero «la» lo ha dato l’inflazione di dicembre in Gran Bretagna. L’indicatore core, infatti, è risultato in rialzo solo dello 0,5%. Cioè, la dinamica più bassa degli ultimi 15 anni. A fronte di questo dato i mercati, dopo un avvio volatile, sono partiti in quarta. Il motivo? Duplice. Dapprima, la scommessa che la Banca centrale d’Inghilterra avrà maggiori remore a rialzare i tassi. E, poi, la convinzione che la «sfilza» di dati che testimoniano il calo dei prezzi al consumo inevitabilmente rafforzano (all’interno della Bce) il partito di chi vuole gli acquisti dei titoli di Stato. Certo, la strada del Qe non è facile. Proprio oggi è atteso il verdetto preliminare della Corte di giustizia europea sul «vecchio» Omt dell’Istituto centrale di Eurolandia (il parere negativo, ovviamente, non sarebbe un buon auspicio). Senza dimenticare, inoltre, l’ottusa contrarietà da parte della Bundesbank.
Ciò detto, però, gli investitori, confortati dalle stesse parole del presidente della Banca di Francia Benoit Courè («possibile la decisione su Qe anche il 22 gennaio»), sperano nell’ennesima iniezione di liquidità. E, per questo, hanno acquistano le azioni. Così, le principali Borse del vecchio continente hanno chiuso la seduta in rialzo: Milano è stata la migliore (+1,96%) seguita a poche incollature da Madrid (+1,72%) e Francoforte (+1,63%).
Dalle azioni al reddito fisso. Ieri era molta l’attesa degli investitori per le aste sui titoli di Stato italiani. Il MeF ha collocato tutti i 7 miliardi di BTp, a medio e lunga scadenza, preventivati.
Un collocamento che, anche grazie alla buona domanda, ha visto i tassi scendere sui valori minimi. In particolare, quello in asta del buono a 3 anni è diminuito allo 0,62% (0,77% nella vendita precedente). Simile l’andamento nei collocamenti dei governativi a 7 e 15 anni. Nel primo caso il rendimento è sceso all’1,29% (1,74% nella vendita di novembre); nel secondo lo yield è calato al 2,46% (2,97%), percentuale più bassa dall’introduzione dell’euro.
A fronte di simili numeri è ovvio chiedersi: perché questo trend? La risposta, da una parte, è da riscontrarsi (sempre) nella presenza dell’ombrello protettivo della Bce. E, dall’altra, nel dato stesso che induce al Qe: la deflazione. Lo swap inflation rate a 5 anni, che misura le stime sul costo della vita nel medio periodo, ieri è ulteriormente calato. Questo, inevitabilmente, ha schiacciato i rendimenti dei bond a più lunga scadenza, maggiormente sensibili all’inflazione. Di fronte di questo scenario, lo spread BTp-Bund ha chiuso la seduta praticamente invariato a 133 punti base.
M a non è stato solamente il debito pubblico. L’euro, anch’esso influenzato dalle attese sulla Bce, è rimasto debole. La moneta unica, durante le contrattazioni è scesa sotto 1,18 verso il dollaro. Quel dollaro in cui è quotato il petrolio. L’oro nero, ma questa non è più una novità, anche nell’ultima seduta è crollato. Il Wti, durante le contrattazioni in Asia, è sceso sotto la soglia dei 45 dollari al barile. Successivamente, negli Usa, i prezzi erano un po’ in ripresa in serata. Ma il «mini-barile» resta.
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