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BTp a 15 anni, boom di richieste

Sei miliardi di euro, proprio come tre anni fa. Il Tesoro archivia con successo il ritorno all’emissione di un BTp a 15 anni dopo la bufera finanziaria che ha investito l’Europa e il nostro Paese. Ieri, attraverso un collocamento privato affidato a un gruppo di banche (Banca Imi, Barclays, Credit Agricole, Goldman Sachs e Jp Morgan), ha piazzato appunto titoli per 6 miliardi con scadenza settembre 2028 e cedola del 4,75% annuo al prezzo di 100,017, corrispondente a un rendimento lordo annuo a scadenza del 4,805%: 30 punti base in più rispetto al titolo più «vicino», il BTp marzo 2026.
Nel settembre del 2010 quel BTp a 15 anni era andato sul mercato al 4,543%, ma i tempi erano decisamente differenti e il risultato di ieri può essere archiviato con soddisfazione. Anche perché il Tesoro ha ricevuto richieste probabilmente ben superiori alle attese, 11 miliardi di euro (erano state di poco inferiori ai 10 miliardi 3 anni fa), a testimonianza di quel ritorno di interesse e fiducia nei confronti del nostro Paese che si intuisce anche dalla forte riduzione dei rendimenti dei titoli italiani e dal restringimento dello spread nei confronti del Bund tedesco. Una domanda che ha permesso di elevare a 6 miliardi l’ammontare collocato rispetto ai 3-5 miliardi attesi alla vigilia.
Sarà particolarmente interessante capire la distribuzione delle richieste fra gli investitori – sia a livello di provenienza territoriale, sia per la tipologia del richiedente – un dato che il Tesoro diffonderà però oggi. Le prime indicazioni «ufficiose» dei trader parlano di una domanda proveniente da soggetti tipicamente interessati a un investimento con orizzonte di lungo periodo, quali fondi pensione e compagnie assicurative, e soprattutto ben distribuita fra investitori nazionali ed esteri.
Il ritorno di interesse da oltre confine è l’elemento che probabilmente sta più a cuore al Tesoro per sondare la disponibilità degli investitori esteri ad acquistare come in passato i titoli di casa nostra. Nell’ultimo collocamento attraverso sindacato di un BTp a 15 anni, per esempio, la quota finita in mani italiane era stata di appena il 37%. Il resto si era distribuito all’estero, con prevalenza di investitori britannici (30%) ed europei in genere, mentre al di fuori del Vecchio Continente era finito appena il 3 per cento dell’operazione. Una situazione che si è praticamente capovolta negli ultimi mesi, visto che la quota di titoli di Stato italiani detenuta dagli investitori stranieri si è ridotta a circa il 25,5% rispetto al 46,8% del giugno 2011.
Il Tesoro può adesso guardare con fiducia ai prossimi appuntamenti con il mercato (le consuete aste di fine mese a breve e medio-lungo termine) e soprattutto allungare di nuovo la durata media finanziaria del debito italiano, scesa a fine novembre a 6,49 anni rispetto al 7,20 di fine 2010. «L’emissione di un nuovo benchmark a 15 anni – conferma Chiara Cremonesi, strategist sul reddito fisso di UniCredit – rappresenta un segnale veramente positivo in termini di normalizzazione dei mercati finanziari e aiuterà anche il Tesoro a raggiungere uno dei suoi principali obiettivi strategici del 2013: l’allungamento della maturity media del debito».
Visto il buon esito dell’operazione di ieri, non è da escludere che nei prossimi mesi l’Italia possa di nuovo tornare in asta riaprendo la stessa emissione, a maggior ragione se la situazione sui mercati finanziari dovesse restare favorevole. In alternativa, secondo gli analisti, il Tesoro potrebbe «sondare» entro il 2013 altri tratti di curva, proponendo per esempio un nuovo trentennale sempre attraverso sindacato. L’ultima operazione di questa durata è infatti ormai datata settembre 2009 (il BTp con scadenza settembre 2040), un’emissione riaperta successivamente più volte, ma mai dopo il maggio 2011 e quindi mai dopo la deflagrazione della crisi del debito pubblico.

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