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Btp-15 anni, il 60% agli investitori internazionali

MILANO — I dettagli del collocamento del Tesoro a 15 anni diffusi ieri confermano ciò che da settimane gli investitori già sanno: il rischio Italia non fa più paura, e neppure la previsione che il governo lo formi il centrosinistra, in testa in tutti i sondaggi. I Btp “lunghi” sono stati un successo a tutto tondo, sia in termini di rendimenti (4,805%) sia di domanda, 11 miliardi su 6 collocati. Ieri, il ministero dell’Economia ha reso noto l’identikit degli investitori: hanno risposto circa in 250, di cui solo il 40% italiani. Tra la maggioranza straniera, hanno comprato forte in Gran Bretagna (il 29%) Germania (quasi il 9%) e Francia (l’8%). Nella tipologia di investitori, invece, le banche si sono aggiudicate oltre il 26% della somma complessiva, quasi il 30% è andato a investitori di lungo periodo (fondi pensione e assicurazioni, in primis) e complessivamente più di un terzo dell’emissione è stata sottoscritta da gestori e fondi di investimento. L’esito non era scontato, guardando indietro solo di qualche mese: si pensi allo scatto dello spread quando partì la crisi politica, nel timore che la prospettiva del voto avrebbe creato ben altro clima. Per giunta, l’affermazione avviene su un titolo “difficile” perché ha una scadenza considerata insolita dal mercato (a metà tra un bond standard e uno a lungo termine).
Sono numerose le testimonianze, tra gli operatori, che lo spauracchio vero degli investitori non è il centrosinistra, casomai va rintracciato in Silvio Berlusconi, che lasciò Palazzo Chigi 14 mesi fa con lo spread a 574 punti base. «Ci aspettiamo che verrà eletta una coalizione di centrosinistra, che continuerà il percorso di riforme fiscali e strutturali tracciato dal governo Monti – ha scritto a proposito Giovanni Zanni, di Credit Suisse -. Del resto la continuità è necessaria: per garantire l’eventuale supporto della Bce alle emissioni e perché interrompendo questo percorso lo spread italiano tornerebbe ai livelli della crisi ». Secondo Fabio Fois, economista per il Sud Europa di Barclays, «la cosa più importante per i mercati è la garanzia di stabilità del futuro governo». In un report dei giorni scorsi l’analista valutava la “salita in campo” di Monti come fattore di riduzione del potenziale rischio di impasse politico legato a esiti incerti al Senato. «In tal caso – aggiunge Fois – se il centrosinistra in testa nei sondaggi si alleasse con Monti, garantendo molto probabilmente la governabilità, sarebbe la cosa migliore ». Anche dentro Unicredit l’urna non fa paura. «Due condizioni vanno soddisfatte, una è la posizione europeista della nuova maggioranza, l’altra è l’impegno sulle riforme – ha detto Marco Valli, capo economista per l’area euro di Piazza Cordusio – Ci sono due scenari che emergono dai sondaggi: una maggioranza autonoma di centrosinistra o un’alleanza tra centrosinistra e centro montiano. In entrambi i casi ci dovrebbe essere una sostanziale conferma di queste due condizioni». A inizio 2013 i capi economisti di Unicredit hanno girato il mondo per preparare l’Outlook 2013 (che prevede una ripresa dei Btp e degli altri asset più rischiosi). E dicono che, mentre il mercato tornava sui Btp, domande sulle elezioni ne hanno ricevute ben poche.

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