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E Bruxelles si tutela contro il rischio di dumping fiscale

La trattativa sul futuro accordo di partenariato tra il Regno Unito e l’Unione europea dopo l’uscita del paese dal progetto comunitario si conferma già oggi molto difficile. Qui a Bruxelles sono in corso di elaborazione le linee-guida negoziali. In un documento preparatorio, la Commissione europea ha sottolineato la necessità di garantire da parte britannica un atteggiamento leale: nel caso contrario, l’Unione dovrebbe essere pronta a imporre sanzioni al suo futuro partner.
In buona sostanza, Bruxelles teme che Londra, dopo la Brexit fissata per il 29 marzo del 2019, faccia concorrenza sleale nei confronti dell’Unione, riducendo le tasse o deregolamentando l’economia pur di attirare investitori. In una riunione bruxellese tra i Ventisette la settimana scorsa, la Commissione ha specificato quali garanzie in campo fiscale, sociale, ambientale e regolamentare dovrebbero essere ottenute da parte inglese. Il tema è delicato e rischia di provocare l’ira di Londra.
In un documento reso pubblico questa settimana, Bruxelles spiega che la necessità di garantire parità di condizioni (level-playing field in inglese) è dettata dall’ampiezza delle relazioni tra i Ventisette e il Regno Unito, e dalla vicinanza geografica. Nei fatti, il rapporto è tale da non potere essere gestito dalle regole internazionali applicate con altri paesi terzi. «Bisogna adeguare il rapporto alle specificità della relazione euro-britannica», si legge nel documento.
I Ventisette si rendono conto che bisognerà trovare un equilibrio tra «la salvaguardia del level-playing field e l’autonomia regolamentare» della Gran Bretagna, una volta uscita dall’Unione. Nella sua presentazione, la Commissione ha quindi proposto ai paesi membri chiari obiettivi nei campi più delicati; un sistema di soluzione delle controversie; e un meccanismo di imposizione delle regole, ovvero sanzioni. In generale «l’approccio è di evitare una riduzione degli standards».
Tra i settori cruciali, c’è anche quello finanziario. Londra vorrebbe per le sue banche libero accesso al mercato europeo, mentre ancora ieri a Dublino il vice presidente della Commissione Valdis Dombroskis ha ricordato che ciò è possibile solo aprendo filiali nell’Unione o sulla base di equivalenze regolamentari. In attesa di indicazioni sui desideri inglesi, i Ventisette si sono dati fino a marzo per mettere a punto linee-guida in vista della trattativa sulla futura relazione con la Gran Bretagna.
La proposta negoziale, ancora tutta da decidere tra i Ventisette, è molto restrittiva, in linea con le rigide linee-guida che i governi hanno appena approvato questa settimana nell’ottica delle trattative su un periodo di transizione 2019-2020 dopo Brexit e prima dell’entrata in vigore di un accordo di partenariato (si veda Il Sole 24 Ore di martedì). Nel periodo di transizione, Bruxelles vuole che Londra applichi pienamente l’acquis communautaire, senza partecipare alle riunioni ministeriali.
Entrambe le partite appaiono difficili, tanto che il clima negoziale rischia di peggiorare. A Londra, i presupposti del futuro accordo di partenariato non piaceranno, come non sono piaciute le linee-guida per il negoziato sulla fase di transizione. Londra ha già detto che da Brexit in poi le attuali regole sui cittadini europei nel Regno Unito non varranno più.
Nei fatti, il documento comunitario sulla futura relazione con Londra rivela indirettamente quanto un accordo di partenariato sia necessario, se non indispensabile, per entrambe le parti. Mentre Londra non può permettersi di perdere l’accesso al mercato unico, Bruxelles non può permettersi di avere al largo delle sue coste un ex partner che diventi nei fatti un paradiso fiscale o regolamentare.
Qualche forma di compromesso, pur complesso, appare urgente per ambedue i blocchi.

Beda Romano

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