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Bruxelles, il sì all’Italia solo a maggio

Niente reazioni ufficiali da Bruxelles, ma un messaggio ufficioso e incoraggiante, alla nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza approvata martedì notte dal governo e che deroga al rapporto deficit-Pil fissato al 2% per il 2017 rendendolo estendibile «al massimo» al 2,4%.
«E’ una buona base per arrivare a buone soluzioni», ha fatto sapere a Renzi e Padoan in via ufficiosa il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. E prende forma anche la soluzione, non ancora scontata, per evitare una devastante bocciatura della manovra a pochi giorni dal referendum (il verdetto di Bruxelles arriverà infatti a metà novembre): congelare il giudizio sull’Italia a maggio, come avvenuto nel 2015 e nel 2016. Un via libera condizionato che al governo andrebbe benissimo. Rifatti i conti sui numeri approvati martedì, il governo dovrebbe essere pronto a dare la caccia a circa 6-8 miliardi per mettere in campo misure sulle pensioni (circa 2 miliardi) e sulla competitività (2-3 miliardi), oltre a contratti, famiglia e università.
Nelle tabelle inviate ieri alla Camera si conferma l’arresto della discesa del debito (che quest’anno torna a crescere, per colpa della deflazione, al 132,8% del Pil) e che nel 2017 scenderà al solo al 132,5% (3 decimi in più rispetto al comunicato della notte). Si «tiene» tuttavia sul deficit strutturale, cruciale per le valutazioni di Bruxelles: resta nel 2017 fermo all’1,2% come nel 2016 e il pareggio di bilancio rimane fissato al 2019. Rinviato il taglio dell’Irpef al 2018, per il prossimo anno, come ha confermato Renzi, resta la riduzione dell’Ires al 24% e la sterilizzazione dell’aumento Iva. Tuttavia la pressione fiscale, anche considerando il bonus da 80 euro, rimane inchiodata: dal 42,1% del 2015 al 42,2% del 2016-2017. Con Bruxelles il nodo resta proprio l’ulteriore 0,4% di rapporto deficit-Pil. La scorsa primavera Roma si era impegnata a centrare l’1,8%, ma lo scostamento minimo dello 0,2% è già stato informalmente accettato dalla Commissione per via della crescita inferiore alle previsioni e della bassa inflazione. L’Italia giustifica il restante 0,4% con le emergenze migranti, sicurezza e sisma, che però per la Ue valgono meno dei 7 miliardi calcolati da Roma. All’incirca la metà.
Tuttavia a Chigi e al Tesoro danno per scontato un via libera al 2,2%, ma puntano ad arrivare al 2,3%, risultato che verrebbe accettato di buon grado da Renzi. Dunque un via libera condizionato a un ulteriore esame a maggio che permetterebbe al governo di arrivare al referendum rivendicando di avere strappato diversi miliardi all’austerità.
Ma il negoziato non è chiuso. Se sin da agosto Juncker ha dato copertura politica alla flessibilità per l’Italia, il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, storicamente una colomba, non ha voluto dare un via libera prima del Def al governo per coprirsi dai falchi e perché inevitabilmente il budget italiano finirà ostaggio delle grandi trattative sul destino degli altri Paesi (vedi la Francia, il cui deficit è fuori da ogni regola)e dei rinnovi dei vertici europei di dicembre. Dunque ci saranno ancora minacce, battibecchi e il probabile via libera condizionato all’esame di maggio permetterà alla Commissione di assicurarsi che le «spese straordinarie» vengano effetti-vamente messe a bilancio dal governo per le destinazioni indicate.

Alberto D’Argenio e Roberto Petrini

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