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Bruxelles scommette: dopo il referendum Roma verrà a patti

Ci sono alcune buone ragioni e qualche calcolo forse azzardato dietro le dure parole usate dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nei confronti dell’Italia e delle sue pretese in materia di bilancio. Le ragioni, obiettive, stanno nel fatto che è ingiusto accusare la Commissione di eccessiva austerità nel giudicare i conti pubblici italiani. E’ stato proprio Juncker, all’indomani della sua nomina, a varare il principio della flessibilità, ritagliato su misura per l’Italia. L’applicazione delle nuove regole sulla flessibilità ci ha già consentito di spendere diciannove miliardi che non avevamo, cioè facendo deficit e rinviando la riduzione del debito. E anche quest’anno ci permetterebbe uno sforamento di circa sei miliardi nel deficit dei nostri conti pubblici (ma il governo ne chiede di più). Il tutto senza aprire una procedura di infrazione. Cioè senza additare il nostro Paese come possibile bersaglio dei mercati, sempre alla ricerca di un anello debole su cui puntare per attaccare l’euro. Può darsi che le concessioni fatte non siano sufficienti per sostenere la crescita economica, come sostiene Matteo Renzi. Ma la Commissione non può che applicare regole che sono state sottoscritte da tutti i governi e da tutti i Parlamenti dei Paesi che fanno parte dell’Unione monetaria, Italia compresa. E lo fa utilizzando i criteri più tolleranti che può applicare.
Per questa generosità nel valutare i conti pubblici italiani, ma non solo italiani, Juncker è finito da tempo nel mirino dei falchi del rigore. Assieme al presidente della Bce Mario Draghi, “colpevole” di aver varato un programma di Quantitative easing che ha per effetto di calmierare gli spread sui titoli di stato salvando il bilancio italiano, è diventato il bersaglio preferito della destra tedesca. Non si tratta di un nemico che un politico consumato, come Juncker, possa sottovalutare. Ancora recentemente, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, è tornato a chiedere che la sorveglianza dei bilanci nazionali nella zona euro sia sottratta alla Commissione, «per ristabilire la fiducia». Berlino vorrebbe affidare questo compito al Meccanismo di stabilità, un organismo secondo Schaeuble «più neutro», guidato, guardacaso, da un tedesco.
E qui entra in gioco il calcolo politico che ha spinto Juncker ad alzare i toni della polemica con Renzi. Drammatizzando lo scontro con Roma su un contenzioso tutto sommato irrisorio, che sta tra lo 0,1 e lo 0,2% del Pil, cioè tra 1,7 e 3,5 miliardi, il presidente della Commissione spera di poter ridorare i suoi galloni di difensore delle regole europee agli occhi dei Paesi del Nord Europa. Sta giocando allo stesso gioco di Renzi, che da parte sua enfatizza la contrapposizione con Bruxelles tirando in ballo la sicurezza delle scuole: tema emotivamente “caldo”, ma su cui evidentemente il governo italiano ha piena e unica sovranità nel decidere l’assegnazione dei fondi.
La scommessa di Juncker è che alla fine, doppiata la boa del referendum, l’Italia accetterà di ridurre dello 0,1 o dello 0,2% le previsioni di spesa della sua legge di bilancio. Questo consentirebbe a Bruxelles di dare via libera ai conti pubblici italiani. E, se il confronto sarà stato adeguatamente drammatizzato, permetterà alla Commissione di presentarsi a Berlino come garante delle regole europee, pur avendoci concesso nuovi margini di manovra. L’azzardo di un simile calcolo sta nel pensare che Renzi accetti di stare al gioco e non preferisca invece prendere la strada della collisione frontale rischiando una procedura di infrazione. Come molte incognite che riguardano il comportamento di Renzi, anche l’esito di questa scommessa dipenderà in larga misura dal risultato del referendum.

Andrea Bonanni

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