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Bruxelles: l’Italia rischia di non rispettare il patto Padoan: siamo in regola

ROMA.
Rimandati in primavera, come un anno fa. La legge di Stabilità italiana passa, zoppicando, il primo esame di Bruxelles che la bolla come «a rischio di non conformità» con il Patto di stabilità e crescita. E «a rischio di significativa deviazione» dall’aggiustamento richiesto per il pareggio di bilancio, posticipato ancora al 2018. La Commissione europea si riserva dunque una nuova valutazione tra sei mesi. Nel frattempo però chiede all’Italia «le necessarie misure» per rispettare i target. Promettendo un occhiuto monitoraggio «da vicino» – delle riforme promesse e degli investimenti attuati, per capire se la flessibilità concessa (0,4% di extra deficit) viene utilizzata a proposito e non per coprire altre poste di bilancio, come gli sgravi sulla casa.
Spostato al mese di maggio anche il giudizio sulla clausola migranti (0,2% di deficit aggiuntivo, preteso dal governo Renzi) che verrà concessa, eventualmente, «ex post». E riguarderà i soli «costi extra netti sostenuti per la crisi dei profughi». Non si scompone più di tanto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: «Il bilancio 2016 è stato costruito in modo coerente con il Patto di stabilità e crescita» e la Commissione europea «riconosce le riforme fatte». Tranquillizzante la dichiarazione di Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici: «Potenzialmente l’Italia è il solo paese che può beneficiare di tutte le flessibilità esistenti», considerato che le riforme in corso «sono importanti e di qualità ». Più severo, al solito, il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis: «Né la clausola delle riforme strutturali né quella degli investimenti possono essere usate per compensare il taglio della tassa sulla prima casa».
Rilievi non da poco, ribaditi pure nel documento di Bruxelles, reso noto ieri. Laddove vengono messi in luce tutti i punti deboli della legge di Stabilità, ora all’esame del Senato: l’abolizione della Tasi non in linea con la raccomandazione europea di spostare il carico fiscale dal lavoro al patrimonio, la spending review ancora troppo debole (occorrono «sforzi aggiuntivi»), incassi dai giochi e dalle privatizzazioni probabilmente più magri di quanto stimato dall’Italia (e questo significa un rapporto tra deficit e Pil al 2,3% nel 2016, valuta la Commissione Ue, anziché al 2,2% messo in conto da Roma).
Non solo. Bruxelles critica anche la mancata riforma del catasto, la rinuncia a rivedere le tax expenditures (detrazioni fiscali), la non razionalizzazione delle tasse ambientali, il timido e parziale tentativo di rendere più efficiente ed equo il sistema di tassazione nel suo complesso. Persino la riduzione auspicata del rapporto tra debito e Pil al 131,4% nel 2016 (dal 132,8% di quest’anno) viene considerata ottimistica.
E dunque: Italia rimandata.
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