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Bruxelles già minaccia di colpire la City

L’Europa mette la pistola sul tavolo del negoziato per la Brexit minacciando di colpire pesantemente la City di Londra se le trattative tra Unione e Regno Unito non andranno come desiderato da Bruxelles. L’affondo europeo arriverà la prossima settimana, mercoledì, giorno cruciale tra il voto britannico che la Ue non ha voluto influenzare con mosse unilaterali e il via formale ai negoziati, ad oggi previsto per il 19 giugno. Nel mirino le clearing houses, le gloriose camere di compensazione inglesi che risalgono alla fine del ’700 e che ogni giorno trattano almeno 850 miliardi di euro. Il cuore e l’ossatura della finanza londinese, le società che permettono il funzionamento dei mercati — soprattutto quello dei derivati — frapponendosi tra banche, istituzioni finanziare e grandi intermediari per ridurre i rischi nelle compravendite di titoli e aggregando le transazioni tra due parti per definire, con un unico saldo, le loro posizioni di dare e avere.
Gli europei lavorano sotto traccia da mesi per presentarsi all’avvio dei negoziati per il divorzio da Londra con un’arma potente da brandire di fronte agli inglesi. A maggior ragione negli ultimi giorni, segnati dal timore di un risultato elettorale incerto. E se la possibile uscita di scena della May, sostenitrice della Brexit dura, fa tirare un sospiro di sollievo a Bruxelles (il sogno era la vittoria del ben più morbido Corbyn), il quadro caotico post elettorale consiglierà di andare avanti sul dossier finanziario. Così i tecnici dell’Unione stanno chiudendo in queste ore la proposta che di fatto imporrà alle grandi case di clearing di lasciare Londra a Brexit consumata e di trasferirsi sul territorio della Ue. Imposizione che farebbe perdere una grossa fetta di business alla City, provocherebbe il trasloco di un numero di dipendenti e manager tra le 90mila e le 200mila persone e aumenterebbe di 70 miliardi all’anno i costi per le altre compagnie del London stock exchange.
Un disastro per Londra che ospita le quattro maggiori clearing houses del continente: Lhc, Ice, Cme ed Euroccp. Colossi che da soli trattano il 75% di derivati in euro e muovono circa 126mila miliardi all’anno, tra l’80 e il 90% dell’intero mercato Ue. Al momento la Commissione non ha ancora deciso il linguaggio da privilegiare nella proposta che uscirà mercoledì. Ci sono una manciata di opzioni, dalla più blanda che comunque metterà un numero tale di paletti alle clearing da costringerle a espatriare, a quella più dura, che dirà chiaro e tondo che se vorranno continuare a operare in euro dovranno trasferirsi sul continente. Insomma, il risultato finale non cambierà.
La decisione non sarà subito operativa, dovrà passare al vaglio di governi ed Europarlamento. Un timing non casuale, visto che la sua approvazione sarà parallela ai negoziati per la Brexit e nelle istituzioni europee c’è chi ipotizza che in caso di esito positivo delle trattative sull’addio di Londra il testo potrebbe essere annacquato in favore degli inglesi, magari trovando un accordo sulla supervisione congiunta Ue-Londra del settore che permetterebbe loro di operare da un paese terzo. Dossier che si somma al destino del resto della City, con Bruxelles che ha già fatto sapere ai britannici che il resto della piazza finanziaria dopo Brexit non potrà operare automaticamente in Europa. La Commissione, anche in questo caso per avere un vantaggio nei colloqui con Downing Street, ha deciso che dopo l’addio passerà al setaccio i 50 settori di legislazione inglese che regolano i mercati, senza dare garanzia su tempi ed esito dello scrutinio che permetterebbe, o meno, alle società di oltremanica di ottenere il passaporto per lavorare in Europa. Con queste premesse il negoziatore Ue, Michel Barnier, si prepara ad aprire le danze. Le trattative formali — che dopo il referendum del 2016 hanno dovuto attendere l’attivazione dell’articolo 50 da parte di Londra e poi il voto di ieri — dovrebbero partire tra 10 giorni, anche se il quadro politico britannico potrebbe farle slittare. Ad ogni modo il francese prevede tre round negoziali da 4 settimane l’uno per chiudere entro ottobre un accordo su diritti dei cittadini Ue nel Regno Unito, assegno di addio a carico di Londra e gestione delle frontiere. In questo modo si potrebbero definire i futuri rapporti tra Ue e Gran Bretagna entro il 2018 e congedare l’intero pacchetto prima del marzo 2019. Ma non sarà facile.

Alberto D’Argenio

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