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Bruxelles contro Atene “Sbagliate le vostre riforme” Nuova lite sui danni di guerra

Tornano a rullare i tamburi di guerra tra Grecia e i creditori. «La proposte di riforme fatte finora da Atene vanno nella direzione sbagliata», hanno detto all’ Ansa fonti vicine alle trattative a Bruxelles, gelando gli ottimisti che speravano in un’intesa entro la prossima settimana. Affondo cui il governo Tsipras ha risposto a stretto giro di posta presentando a Berlino il conto finale per i danni della seconda guerra mondiale: «Abbiamo messo assieme tutte le fonti ufficiali disponibili e possiamo dare la cifra esatta — ha detto in tono ragioneristico il viceministro alle Finanze Dimitris Mardas—. La Germania ci deve 278,2 miliardi di euro». Poco più di 10 miliardi sono i debiti legati al prestito forzoso imposto dal Terzo Reich alla Banca di Grecia. Il resto sono la parcella per le distruzioni alle infrastrutture e i rimborsi alle vittime degli eccidi nazisti. «Abbiamo prove schiaccianti per pretendere il rimborso», ha detto battagliero il ministro alla difesa Panos Kammenos. La richiesta di pagamento è stata rispedita al mittente dalla Germania, che considera il capitolo chiuso dagli accordi del ‘90: «È un dibattito stupido — ha liquidato la questione il vicecancelliere Sigmar Gabriel — che non fa fare un passo avanti di un millimetro ai negoziati per salvare la Grecia».

La partita per tenere Atene nell’euro si avvicina dunque tra le polemiche alle battute finali. Il tempo è ormai esaurito. Atene punta a un accordo all’Eurogruppo del 24 aprile a Riga che consenta di sbloccare un po’ di finanziamenti. In assenza di intese e (soprattutto) di iniezioni di liquidità la situazione rischierebbe di avvitarsi in tempi brevissimi visto che il governo Tsipras deve raccogliere entro fine mese 1,5 miliardi per pagare stipendi e pensioni e subito dopo è atteso da un altro paio di scadenze di prestiti del Fondo Monetario.
La freddezza di Bruxelles di queste ore si spiega in buona parte con la difficoltà con cui starebbero procedendo i negoziati tecnici nella capitale ellenica. Bce, Ue e Fmi pretendono che la Grecia presenti un piano di riforme omnicomprensivo, dettagliato fino all’ultimo centesimo, in cui siano presenti interventi per ridurre il costo del lavoro e pensioni e dove le leggi umanitarie promesse da Syriza possono starci solo se a costo zero. Compensate cioè da nuove entrate o altri tagli. Tsipras — almeno per ora — non sembra destinato a fare concessioni oltre le «linee rosse» che non può superare. Pena una frattura all’interno del suo partito. Non solo. Mentre i negoziati non decollano, il governo accelera sui provvedimenti anticrisi come l’aumento dello stipendio minimo che potrebbe arrivare a brevissimo in Parlamento. Atene è convinta che alla fine si troverà la quadra perché la Ue non può permettersi un’uscita della Grecia dall’euro. E pensa a elezioni anticipate o referendum in caso di impasse. I falchi del rigore sono invece certi che la Grexit oggi sia gestibile senza effetto-domino. Una prova di forza che rischia tra poche settimane di precipitare il vecchio continente di nuovo nel caos.
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