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A Bruxelles ancora l’intesa non c’è. Il mezzo passo di Conte sul Mes

ROMA Anche l’Italia, non solo la Francia e la Spagna, valuterà con attenzione la linea di credito del Mes, e poi deciderà. Non abbiamo interesse a mettere il veto alla linea di credito per le spese sanitarie dirette e indirette, sia «per non danneggiare coloro che vogliono usare lo strumento, come la Spagna», sia perché alla fine «dell’elaborazione dei regolamenti valuteremo anche noi» se «è conforme agli interessi nazionali, se è davvero senza condizioni», «rifiutare il Mes sarebbe un torto a chi vuole usarlo ma a noi serve altro».

Insomma da Giuseppe Conte, anche se con tutte «le cautele del caso», arriva per la seconda volta in pochi giorni, nell’Aula del Senato, una possibile apertura ai finanziamenti del Meccanismo europeo di stabilità. In ogni caso «al Parlamento spetterà l’ultima parola», dunque il governo sottoporrà un’eventuale scelta della linea di credito di 37 miliardi al voto di maggioranza e opposizioni.

Sul Mes interviene anche il presidente dell’Eurogruppo Mário Centeno. Contrariamente alla vecchia linea di credito, quella attuale del Mes, dice, «non è legata a condizionalità specifiche per Paese» e «non c’è stigma, non c’è troika, una volta che avremo il mandato, cercheremo di renderla operativa entro due settimane: il solo requisito è sostenere spese dirette e indirette per sanità, cura e prevenzione».

Le rassicurazioni

Centeno, presidente dell’Eurogruppo, rassicura: l’utilizzo

non ha condizionalità

Ma dal cruciale Consiglio europeo di giovedì Conte si aspetta soprattutto altro, «una risposta coordinata e solidale della Ue che non si può permettere di commettere gli errori fatti nella crisi del 2008, a meno di un grave danno al progetto europeo». Una risposta che non è detto che arrivi: infatti le notizie che trapelano da Bruxelles dicono che giovedì si raggiungerà un accordo di massima, sul Recovery Fund, ma senza dettagli sui tempi e sulle risorse. E che quindi le decisioni potrebbero addirittura slittare a giugno. Il contrario di quello su cui insiste Conte che, oltre alla portata da almeno 1.000 miliardi, dice che il Recovery Fund «dovrà essere conforme ai trattati, dovrà essere immediatamente disponibile in tutti i Paesi interessati, non dovrà avere regole di cofinanziamento, come i fondi europei attuali».

Intanto protestano in Senato sia la Lega sia Fratelli d’Italia, che volevano un voto del Parlamento. «Conte ha rivendicato un coinvolgimento dell’opposizione. Noi invece riteniamo che il Parlamento è stato esautorato del suo ruolo», ha detto il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari. A tinte fosche la previsione dell’Ufficio parlamentare di Bilancio della Camera che prevede un calo del Pil di circa 15 punti percentuali nel primo semestre: «Si prefigura per la prima metà dell’anno un calo dell’attività economica mai registrato nella storia della Repubblica. Nel trimestre scorso il Pil si sarebbe complessivamente ridotto di circa 5 punti percentuali, e si prefigura una contrazione congiunturale del Pil del secondo trimestre dell’ordine di ulteriori 10 punti».

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