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Brusca frenata per il credito al consumo

Arriva nei primi quattro mesi del 2012 la grande frenata del credito al consumo. Un segno negativo a doppia cifra che è il riflesso inequivocabile della crisi: il valore delle operazioni è sceso da gennaio ad aprile dell’11,3% rispetto allo stesso periodo di un anno prima, raggiungendo quota 16,4 miliardi di euro. Un peggioramento significativo, dopo un 2011 archiviato con un calo del 2,2 per cento.
È profondo rosso per gli acquisti a rate (i cosiddetti prestiti finalizzati), che arretrano del 15,9%, zavorrati da auto e motocicli. Perde terreno anche la cessione del quinto dello stipendio (-17,5 per cento), strumento ritagliato su misura per dipendenti pubblici e pensionati. Non si salvano neppure i prestiti personali, che negli anni scorsi avevano arginato la caduta del settore e oggi segnano -12,8 per cento. L’unica eccezione restano ormai le carte, che segnano un timido +1,6 per cento e stanno vivendo una profonda trasformazione, con le revolving che cedono il passo a formule a metà tra la carta di credito e i finanziamenti classici (si veda l’articolo in basso).
La situazione non promette colpi di coda nemmeno per il resto dell’anno. Se la tendenza al ribasso dovesse proseguire con la stessa intonazione dei primi quattro mesi, il 2012 potrebbe rivelarsi un nuovo annus horribilis per il settore, con un valore delle operazioni intorno a 46 miliardi e un arretramento ai livelli del 2005.
«I dati – spiega Chiaffredo Salomone, neo presidente di Assofin, l’associazione del credito al consumo e immobiliare – offrono un’istantanea sul difficile momento che stiamo vivendo. Il calo dei prestiti finalizzati va di pari passo con la domanda debole e i consumi al palo. Le auto (e lo dimostra la flessione delle immatricolazioni), ma anche gli elettrodomestici, si cambiano con minore frequenza». Non solo. Mentre il potere di acquisto crolla, i risparmi si assottigliano e la fiducia è ai minimi, prosegue Salomone, «le famiglie restano alla finestra e rinviano le decisioni di spesa meno urgenti per capire quale sarà l’impatto sulle loro tasche delle nuove tasse introdotte dal governo».
L’esigenza di razionalizzare riguarda anche i prestiti personali: chi chiede liquidità lo fa solo se non può proprio farne a meno. «Il segmento soffre – sottolinea Alberto Banfi, docente di Economia delle aziende del credito dell’Università Cattolica di Milano – ma è la carta su cui gli operatori possono scommettere per far ripartire il mercato: rispetto ai prestiti finalizzati, dove la transazione viene effettuata tramite un intermediario, qui i finanziamenti vengono erogati direttamente, con la possibilità di una maggiore fidelizzazione della clientela. Una partnership tra il credito al consumo e il settore bancario potrebbe essere utile in questa direzione».
La conferma del trend arriva anche dall’ultima fotografia scattata da Assofin insieme a Gfk Eurisko sull’utilizzo di questi finanziamenti: per la quota più consistente queste somme servono per acquistare l’auto (nuova o usata), i mobili, o per la ristrutturazione della casa. L’importo medio richiesto è stabile a 12mila euro, ma in aumento del 6% rispetto al 2009.
«In questo momento di difficoltà – sottolinea Salomone – il settore del credito al consumo, che rappresenta ben il 7% del Pil, può essere un vero volàno per la crescita. L’emergenza della crisi richiede inoltre da parte degli operatori una politica responsabile. Un passo significativo all’insegna di una maggiore trasparenza è stato compiuto con il recepimento della direttiva europea sul settore, entrata in vigore esattamente un anno fa, che ha imposto una maggiore chiarezza sul costo effettivo e finale dei finanziamenti».
Proprio in direzione di una maggiore trasparenza va la comunicazione della Banca d’Italia di fine maggio. L’Istituto di via Nazionale, insieme all’Antitrust, ha aderito a un’azione di monitoraggio avviata dalla Commissione Ue nel settembre scorso in 27 Stati membri. In Italia il faro è stato acceso su alcune «anomalie e criticità» nel contenuto degli annunci pubblicitari online e della documentazione precontrattuale di 10 intermediari «spesso non pienamente idonea a consentire ai consumatori di effettuare scelte consapevoli».

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