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Brunetta: statali in smart working soltanto se migliora l’efficienza

Il messaggio è esplicito. Il variegato universo composto da circa 3,2 milioni di dipendenti pubblici potrà, in futuro, ricorrere allo smart working solo a certe condizioni. A non farne mistero è il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che dice:«Solo se migliorerà l’efficienza del lavoro e la soddisfazione del cliente, se no si tornerà sul posto di lavoro». Un’indicazione corredata dalla convinzione che sia inaccettabile imbattersi in sportelli al pubblico non operativi, con tanto di cartelli che segnalano «chiuso per smart working». L’idea di Brunetta è, insomma, affrontare il tema e cercare di disciplinare il lavoro negli uffici pubblici, organizzato finora esclusivamente sulla base dell’emergenza sanitaria. «La Pa utilizzerà lo smart working solo se migliorerà l’organizzazione del lavoro, l’efficienza del lavoro e aumenterà la soddisfazione dei clienti. Solo se queste tre cose contemporaneamente risiederanno nel nuovo processo amministrativo ci sarà smart working. Altrimenti si torna nel posto di lavoro».

Brunetta è persuaso che i meccanismi adottati fino ad oggi non siano quelli giusti per fare fronte al futuro, tanto da alimentare una contesa a distanza con la ex ministra Fabiana Dadone (M5S), prima di lui alla guida del dicastero di Palazzo Vidoni. «Chi mi ha preceduto in questo ministero ha stabilito quote di utilizzo per lo smart working nella pubblica amministrazione, ma è quanto di peggio si possa fare perché l’uso dello smart working va visto sulla base dell’efficienza e della produttività per i miei clienti, è senza senso dare una percentuale», spiega Brunetta, intervenendo al convegno «Italia 2021 – Competenze per riavviare il futuro», organizzato da Pwc Italia. A stretto giro Dadone sceglie di replicare e specifica:«Dare percentuali al lavoro agile serviva da stimolo ad una dirigenza colta di sorpresa ed erano una reazione immediata a quegli eventi. Chi ad oggi aggredisce lo smart working non può che dire bugie umiliando il proprio ruolo». Parole che spingono Brunetta a puntualizzare: «I provvedimenti della ministra Dadone prevedono varie percentuali minime di lavoratori destinati allo smart working: il 50% per il periodo emergenziale e il 60% a regime per attività che il dirigente decide che possono essere svolte in lavoro agile. Ma ciò che davvero mi preme è chiarire che la mia stella polare sono 60 milioni di cittadini che hanno diritto a servizi efficienti e di qualità. Le forme di lavoro flessibile sono benvenute, ma a condizione che rispondano ai bisogni dei cittadini e delle imprese».

L’intervento di Brunetta non si limita al tema smart working e il ministro prefigura lo scenario per la pubblica amministrazione. «Per ripristinare un minimo di turnover serio, qualitativo e quantitativo servono almeno 150 mila giovani assunti all’anno. Noi ora siamo — constata Brunetta — un paese con pochi investimenti pubblici e privati, un paese che ha svilito, asfaltato, appiattito, desertificato il suo capitale umano pubblico, ma abbiamo la grande occasione di poter utilizzare 200 miliardi che l’Europa ci darà per ripartire con gli investimenti e per reinvestire nel capitale umano pubblico». E a proposito dell’utilizzo delle risorse Brunetta aggiunge: «Io sto preparando un decreto legge di semplificazione a 360 gradi, che dovrebbe essere approvato entro questo mese, di accompagnamento al Pnrr». L’orizzonte temporale per un cambio di passo è definito e resta ancorato al piano che verrà approvato da Bruxelles. «Abbiamo 6 anni di tempo di investimenti per un’occasione unica: ora o mai più», avverte il ministro.

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