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Brooks Brothers e jeans Levi’s in crisi le icone del look Usa

Era il 1896 quando John Brooks, nipote di quell’Henry Sands Brooks che nel 1818 aprì a New York la sartoria poi diventata Brooks Brothers, segnò la fine dei colli posticci applicando alle camicie il buttondown, un bottoncino ispirato alla chiusura delle polo inglesi. Da Gary Cooper a Cary Grant, da Nelson Rockefeller a Jack Kerouac, quelle camicie sono poi diventate il mito che nel 2001 convinse Claudio Del Vecchio, l’erede del patron di Luxottica Leonardo, a comprare il brand nel frattempo finito in mano a Marks&Spencer.
Solido simbolo di un’America che sembrava immortale, quegli abiti griffati con la pecora sorretta dal nastro, divennero perfino un rito scaramantico: con i broker a debuttare a Wall Street sempre avvolti in un abito Brooks. L’impatto del coronavirus ha però corroso pure la certezza di quell’eleganza senza tempo. La società, «per oltre 200 anni ha dato prova di resilienza, navigando attraverso tendenze in continuo mutamento, cicli economici fluttuanti e persino guerre mondiali», dice Del Vecchio nel comunicato dell’azienda che ne annuncia la bancarotta e la richiesta di far ricorso al Chapter 11, la legge fallimentare che consente alle aziende americana in crisi di pagare i creditori, provando ad avviare un piano di risanamento da 75 milioni di dollari. «Nostra priorità» dice ancora Del Vecchio, «è trovare un nuovo proprietario che apprezzi la tradizione di Brooks Brothers, abbia una visione del futuro e si allinei ai nostri valori più profondi e alla nostra cultura. Opzione che stavamo già valutando prima del Covid».
La celebre azienda d’altronde, è solo l’ultima di una serie di grandi brand americani, messi in ginocchio dal lockdown. Ma in realtà già in crisi da tempo, piegati soprattutto dalla spietata competizione delle vendite online. Una lista lunghissima, quella di coloro che non riapriranno le saracinesche. Ne fa parte il marchio J.Crew, che con un debito di 400 milioni di dollari, già un mese fa aveva annunciato di voler chiudere i suoi 500 negozi nel mondo. E poi i magazzini J.C. Penny, soffocati anche loro da un debito di oltre 450 milioni di dollari. Insieme alla catena del lusso Neiman Marcus, che ha licenziato 14 mila persone. E i celebri magazzini Macy’s, sì, quelli che sponsorizzano i fuochi d’artificio del 4 Luglio e la parata di Thanksgiving. Prima dell’emergenza Covid- 19, avevano già annunciato la chiusura di 125 punti vendita. E ora cercano 5 miliardi per schivare il fallimento, valutando di dare in garanzia inventario e patrimonio immobi-liare, pur di evitare la chiusura.
E in crisi, c’è pure un altro storico marchio. Quello dei jeans Levi’s da sempre simbolo del Made in U.S.A. Sì, il pantalone a cinque tasche e i bottoni di metallo forgiato con l’indistruttibile denim nel 1873 dal cercatore d’oro bavarese Levi Strauss allo scopo di farne un indumento da lavoro, ma nei secoli diventato un fondamentale capo di moda. La resistenza di quel tessuto sembrava pari alla sua tenuta simbolica: e invece nel secondo trimestre di questo sciaguratissimo anno, pure quei jeans hanno registrato un crollo di vendite del 62 per cento. E ora l’azienda, pur pronta a riaprire il 90 per cento dei suoi negozi, fa sapere di essere costretta a licenziare: 700 lavoratori, il 15 per cento della sua forza lavoro. Certo, già a fine anni 90 e poi dopo la crisi del 2009 il celebre marchio sembrò prossimo a scomparire e invece s’è sempre ripreso. Ma con l’intera filiera azzoppata, dalla produzione alle sfilate, chissà entro un anno cosa andrà ancora di moda.
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