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Broadcaster: grandi piani per contrastare l’online ma i soldi li hanno solo le telco

Su una cosa tutti sono d’accordo: è la fase di mercato più effervescente che lo scenario europeo della tv abbia mai vissuto. Basta vedere ciò che è accaduto da sei mesi in qua. Telefonica si compra il 56% di Digital Plus per 725 milioni. Vodafone si è comprata l’operatore via cavo iberico Ono. Mediaset lavora a una newco con gli asset di pay tv e si parla sempre più apertamente di probabili trattative con Al Jazeera e Canal Plus. Netflix, dopo lunghi tentennamenti annuncia ufficialmente che dopo l’estate partirà in Francia mentre rinvia la Germania e di Spagna e Italia non parla proprio. Amazon esce dai mercati scandinavo e tedesco e ritira il marchio Love Film, probabilmente per ritornare alla carica in Europa con il nuovo logo Amazon Prime, ma non si sa quando. Intanto in autunno Bt (si, proprio la telco, non la Bbc) ha soffiato i diritti di Champions ed Europa League a BSkyB dal 2015, come ha fatto con la sola Champions Mediaset in Italia con Sky. In Italia non si è stati da meno: in autunno è partita Infinity, l’offerta video a banda larga di Mediaset, un mese fa Sky lancia l’offerta Online in Italia (quella Now in Gran Bretagna è già “vecchia” di un anno). Il Sei Nazioni di rugby per la prima volta non è andato in diretta su una rete Rai, Mediaset, La7 o Sky ma su D-Max di Discovery Italia. Le Olimpiadi invernali di Sochi sono stato il primo caso di giochi olimpici visibili in Italia solo sulla pay tv e con una parte minore in chiaro trasmessa non da Rai ma dalla stessa Sky sul canale Cielo del digitale terrestre (che ha fatto nell’occasione il suo picco di share, superando il 10%). Nell’etere già affollato arrivano nuovi canali: Atlantic per Sky, appena partito con la serie tv Gomorra, e Novela, che Mediaset lancerà a giugno. La stessa Rai potrebbe uscire dall’immobilismo degli ultimi anni se riuscirà a trovare nuove risorse tra la versione della spending review messa in onda da Luigi Gubitosi a Viale Mazzini e, forse più probabilmente, con la messa sul mercato di RaiWay. Tanta carne al fuoco ma con un paradosso: tutto questo movimento non avviene in un mercato in crescita. Al contrario: gli abbonati pay non crescono più, se mai calano. La pubblicità non riparte. Anzi in Italia cala ancora: nel primo bimestre dell’anno la tv è a zero, cresce la sola radio, calano ancora la stampa e perfino Internet. A crescere, ora e nei prossimi anni, a livello europeo, è solo il valore di mercato della “tv a banda larga”: una definizione che comprende qualsiasi contenuto video che arrivi su un qualsiasi schermo degli utenti (dallo smartphone alla tavoletta, dal pc al televisore) passando attraverso una connessione Internet. «E’ un mercato che si quadruplicherà di qui al 2016 spiega Augusto Preta, direttore generale di It Media Consulting – passando dai 480 milioni del 2013 ai quasi 2 miliardi di fine 2016. E al suo interno, la parte cosiddetta Svod, ossia di Subscription Video on Demand, il segmento dei cataloghi di film e serie tv in streaming che vengono pagati con un abbonamento, tipicamente il mercato su cui opera Netflix, è il segmento che crescerà di più, quintuplicandosi nel periodo, da 200 milioni a un miliardo. Ma il fatto è che la gran parte di questo bacino di ricavi deriva ancora dal vecchio mercato dell’affitto fisico dei film. E’ insomma il mercato del videonoleggio, che per esempio in Germania si basa ancora oggi per il 90% sui supporti fisici, dvd e blu ray. E solo in minima parte sta per ora rubando ricavi e abbonati alle pay tv». Insomma, a voler stilare una prima sintesi, si può dire che il mercato dal punto di vista delle risorse complessive non sta crescendo. Anzi. C’è in corso uno spostamento: il calo dei ricavi pubblicitari degli ultimi anni accusato da broadcaster e distributori di contenuti online è stato in parte compensato dall’arrivo dell’home video. Una riserva di ricavi che – come previsto da ItMedia – arriverà ai 2 miliardi. Ma attorno a questo fenomeno non c’è completa chiarezza. Da Netlfix ad Amazon, da Sky, nelle sue varie versioni, Now, Online, Go, fino ai nuovi arrivati come la Infinity di Mediaset, nessuno dà numeri sugli abbonati. I due giganti americani perché non danno cifre sui singoli paesi. In Italia così si sa solo per certo dei 180 mila abbonati a Cubo, la tv a banda larga di Telecom Italia e dei 200 mila utenti raggiunti da Chili, la streaming tv di Stefano Parisi, che però vende i suoi 3 mila e passa titoli di film in pay-perview, senza alcun abbonamento. L’unico dato certo è la corsa al ribasso dei prezzi: Netflix in Olanda vende il suo abbonamento a 7,99 euro al mese. Infinity di Mediaset sta a 10, ma i film più recenti hanno un costo aggiuntivo. Eppure i costi dei diritti tv continuano a crescere, specie il calcio. Ma anche su film e serie tv l’arrivo sul mercato di nuovi soggetti (Netflix, Amazon) non porta certo a un ribasso. Il sistema sta dunque iniziando a bruciare più risorse di quante ne produca. Se tutto questo al momento non è evidente è perché le risorse aggiuntive sono arrivate, ma non da abbonati e pubblicità ma dalle telco: Bt, Vodafone, Telefonica, ma anche Orange in Francia. E’ un problema che riguarda non tutta la tv, ma solo la pay ed è qui che si concentrano le possibilità di consolidamento. Questo spiega il perché dell’acuirsi della guerra tra Mediaset e Sky in Italia. It Media stima che nel 2013 i ricavi da abbonati di Sky e Mediaset siano rimasti fermi. Sky ha perso 58 milioni su 2.485. Mediaset Premium ne ha guadagnati 29 su 504. Di qui l’offensiva di Sky sul fronte della pubblicità, dove ha un fattore di sofferenza nel fatto che la legge italiana ancora impone alla pay tv di Murdoch gli stessi tetti di affollamento pubblicitario della Rai. Con l’effetto che nei suoi canali più visti Sky ha già saturato l’affollamento. Finora ha ovviato alzando i prezzi, ma è chiaro che vorrebbe più margini di manovra. Mediaset a sua volta, mentre cerca un socio forte per la sua pay tuttora in perdita, si imbarca nell’avventura Champions dal 2015, si appresta a dare battaglia a Sky tra poche settimane sulla Serie A. E soprattutto ha appena lanciato una maxi campagna per Mediaset Premium completamente gratis fino a settembre. Cosa che non solo significa ovviamente zero ricavi dai nuovi abbonati per quattro mesi, ma anche, verosimilmente, una cannibalizzazione dei possibili nuovi utenti di Infinity. La newco sulla pay ora è al bivio spagnolo: se esce, incassa a spanne 280 milioni ma le resta solo l’Italia in perdita e poco attraente. Se resta, o conta poco con il suo 22% a fronte del 78% di Cesar Alierta, oppure partecipa, ma deve farlo pagando un premio che i mercati hanno ritenuto alto (il multiplo pagato da Telefonica). E lo stesso vale per i potenziali candidati, francesi e arabi. La verità è che la pay tv di Mediaset in teoria potrebbe fare comodo a una telco italiana. Ma Telecom non ha i soldi. Resta solo Vodafone. Ma è davvero improbabile. Forse. Il valore dei diritti tv sul calcio è in crescita perché sono entrate sul mercato le telco, come in Gran Bretagna e Spagna, o per la competizione tra due piattaforme, come in Italia.

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