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Brexit, un lungo addio al buio

Dalla Brexit un incrocio a tre strade per il fisco britannico. A seconda dello status che verrà assunto dal Regno Unito a esito delle negoziazioni, si determineranno effetti diversi sul fronte fiscale: dalla totale inapplicabilità delle direttive societarie e fiscali (come accade per qualsiasi stato terzo), a un’applicazione più calibrata come nel caso dello spazio economico europeo (come per esempio accade per la Norvegia), fino a un’applicazione concordata su base bilaterale (come nel caso della Svizzera).

L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, meglio nota come «Brexit», potrebbe, infatti, avere pesanti ripercussioni anche sulle regole fiscali applicate a livello nazionale e transnazionale. Le conseguenze non saranno immediate occorrendo anni prima che sia espletata la procedura di recesso regolata dall’art. 50 del Trattato dell’Unione. Tale disposizione prevede che lo stato che intende recedere deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo. La notifica non dovrebbe avvenire prima di tre mesi e in ogni caso la procedura non dovrebbe iniziare fintantoché non ci sarà la nomina del nuovo primo ministro. Una volta pervenuta la notifica al Consiglio europeo, quest’ultimo dovrà presentare i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le concrete modalità del recesso. Tale accordo è concluso a nome dell’Ue dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati cessano di essere applicabili a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso ovvero decorsi due anni dalla notifica del recesso, salvo proroga dei termini da parte del Consiglio. Per il raggiungimento dell’accordo di recesso si stima che ci vorranno diversi anni, c’è chi sostiene dai quattro ai nove. Resta da verificare quale sarà il modello dei rapporti tra l’Ue e il Regno Unito all’esito dei negoziati per l’uscita. In astratto sono ipotizzabili tre modelli a seconda che al Regno Unito venga riconosciuto lo status di paese terzo, lo status di membro dello Spazio economico europeo (come Norvegia, Liechtenstein e Islanda) o infine si proceda alla stipula di un accordo sul modello dell’Accordo Ue – Svizzera che stabilisce misure equivalenti a quelle definite nella direttiva 2003/48/Ce del Consiglio in materia di tassazione dei redditi da risparmio sotto forma di pagamenti di interessi. Se dovesse passare il primo modello, il Regno Unito si sgancerebbe in maniera netta dalle regole fiscali di Bruxelles dopo aver contribuito per anni a negoziarne i contenuti che includono quindi oggi anche le loro istanze, spesso specifiche. Ciò implica che nei rapporti con il Regno Unito verrà meno l’applicazione di tutte le direttive in materia tassazione societaria (la direttiva Fusioni, la Madre-Figlia, Interessi e Canoni, la Direttiva sulla Cooperazione amministrativa, la Direttiva Iva) e non diventeranno applicabili le due ultime direttive fiscali approvate nel semestre in corso, ovvero la Direttiva sullo scambio automatico dei report fiscali paese per paese della multinazionali (Dac4) e quella contro l’elusione fiscale (Atad), il cui accordo politico a 28 è stato raggiunto appena una settimana fa. Il Regno Unito non sarà più tenuto al rispetto delle libertà fondamentali e della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, cosi come non sarà più tenuto al rispetto delle norme in materia di aiuti di stato. Nel campo della lotta alle pratiche fiscali dannose, non sarà più soggetto al monitoraggio del Gruppo Codice di condotta, mentre in tema di lotta ai paradisi fiscali, le misure in cantiere a seguito dei Panama Papers potrebbero non vedere più i britannici né tra gli attuali negoziatori né in futuro tra gli attuatori delle stesse, fatte salve tutte le altre misure in cantiere a livello globale. Nel caso in cui dovesse invece passare il secondo modello, gli effetti sarebbero più limitati. Nei rapporti con il Regno Unito verrebbe meno l’applicazione di tutte le direttive in materia di tassazione societaria mentre permarrebbero i vincoli posti dal diritto primario e conseguentemente il rispetto delle libertà fondamentali e delle norme in materia di aiuti di stato. Nel terzo caso i rapporti sarebbero regolati da un accordo che se dovesse essere formulato sulla falsa riga dell’accordo Ue-Svizzera potrebbe prevedere l’applicazione delle direttive e (seppur in misura limitata) la rilevanza della giurisprudenza della Corte di giustizia.

Francesco Bungaro e Mario Tenore

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