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Brexit, il trasloco è cominciato

La premier britannica Theresa May arriva a Davos, al Forum internazionale dell’economia, giovedì 19 gennaio (ieri per chi legge) e chi incontra per primi e in forma riservatissima? I grandi capi delle più grandi maison finanziarie al mondo, Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley, BlackRock.

E di che cosa discutono per più di un’ora lontani da occhi e orecchie indiscreti? Di Brexit, naturalmente, e delle sue conseguenze sulla popolosa comunità che lavora alla City, almeno 5.500 aziende, grandi e piccole, colossi del banking e family office che sembrano minuscoli al confronto ma gestiscono miliardi di euro (o di sterline) di patrimoni.

Comincerà, allora e per davvero, il trasferimento di banker, analisti, dirigenti e funzionari, il popolo della City, verso le capitali europee?

Qualcuno l’ha già annunciato ufficialmente proprio a Davos, per bocca del suo direttore generale, Stuart Gulliver, mercoledì 18 gennaio e sta già preparando le valigie. È l’inglesissima Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (HSBC), prima banca europea tra l’altro, che sposterà proprio a Parigi un migliaio dei suoi dipendenti, quelli che – secondo statistiche aziendali interne a cui non si può non credere – generano da Londra il 20% degli utili del gruppo bancario.
Ha scelto la capitale francese per tante ragioni, non ultima la sua partecipazione diretta (che risale addirittura al 2000) in una delle maggiori banche locali, il Crédit Commercial de France (Ccf). Insomma, gioca in casa, in qualche modo. E questo fa dire, ironicamente, al suo presidente Douglas Flint che HSBC non ha dovuto aspettare la Brexit per decidere il suo futuro e dove andare: l’ha anticipato!

Battute a parte, il «déplacement» da Oltremanica comincia a organizzarsi. Dopo HSBC è il colosso Goldman Sachs a far sapere, dalle colonne di Handelsblatt, il primo quotidiano economico tedesco, che un altro migliaio di banker installati da tempo a Londra si sposterà molto presto. Non a Parigi, come speravano i francesi che da mesi fanno un lavoro di lobbying incessante sui decisori londinesi, ma a Francoforte e poco conta che nella città tedesca ci sia già la sede della Bce. «Crediamo che in Germania ci sia l’ambiente migliore per continuare il nostro lavoro», commentano gli uomini di Goldman Sachs a Davos.

Il tema dell’ambiente (non dal punto di vista ecologico, si capisce, ma da quello politico e finanziario) sembra un’ossessione tra i banchieri della City. Parigi attira, incanta per le sue prospettive e la qualità della vita, ma pochi si fidano della sua cultura economica non esattamente pro-business, a meno che il prossimo ministro dell’economia non sia Henri de Castries, l’ex numero uno di Axa, legatissimo al candidato François Fillon, considerato non a caso il più thatcheriano della destra francese.

Certo anche Dublino, Amsterdam e il Lussemburgo hanno le loro carte da giocare, ma la capitale irlandese non ha certo una buona immagine dopo il crollo del suo sistema bancario, mentre il Granducato deve farsi perdonare, agli occhi di Bruxelles, un passato di politiche fiscali troppo accondiscendenti con le corporation.

Al contrario la severità dei controllori della Borsa, della Consob francese, piace ad alcuni banchieri intervistati (in forma anonima, si capisce) a Davos. Soprattutto in funzione antibritannica, è il caso di dire. E non è un paradosso.

Nessuno, purtroppo, negli eleganti alberghi di Davos ha fatto cenno a Milano.

Giuseppe Corsentino

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