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Brexit, trasloco ad alto rischio per 60mila miliardi di derivati

Che cosa accadrà ai 60 mila miliardi di valore nominale di contratti derivati over-the-counter con compensazione e liquidazione presso la London Clearing House, e stipulati da banche europee, nel caso in cui una hard Brexit trasformasse da un giorno all’altro la cassa inglese in una controparte centrale CCP in paese terzo non riconosciuta dalla Ue? In assenza di un accordo tra il Regno Unito e l’Unione europea sulla continuità dei contratti o su un periodo di transizione pluriennale tra la LCH e una CCP europea o su un riconoscimento temporaneo o definitivo di Londra, dal 29 marzo 2019 la liquidazione e compensazione cambierà bandiera provocando la discontinuità dei contratti. Un vero e proprio ”cliff-edge”, un tuffo nel baratro, un’impennata dei costi e dei rischi legali e operativi per il sistema bancario europeo, che vede esposte in prima file le investment banks ma che non esclude le banche commerciali anche italiane che forniscono ad aziende e famiglie operazioni di copertura contro il rischio legato all’andamento dei tassi d’interesse e di cambio. Un’elaborazione del mondo imprenditoriale europeo stima che per ogni punto base (0,01%) di costo aggiuntivo del clearing degli swap sui tassi d’interesse, causato da Brexit, equivale a un costo annuale complessivo della copertura tramite questi derivati pari a 22 miliardi di sterline.
Quel che non può essere fatto, stando agli esperti del settore, è la chiusura del contratto alla LCH e riapertura dello stesso presso un’altra CCP europea: questa operazione comporta dei rischi operativi “enormi” e oltretutto penalizza le banche che hanno in essere contratti derivati con mark-to-market o fair value negativo: nel caso di chiusura anticipata, anche se di brevissimo termine, sarebbero costrette ad accollarsi la perdita, che invece resta potenziale finchè il contratto è in essere.
Evitare di cadere in questo apocalittico baratro è evidentemente un obiettivo comune, del Regno Unito e dell’Europa, e l’industria bancaria si aspetta che il bene comune venga raggiunto. Un comitato tecnico guidato dal presidente della Bce Mario Drghi e dal governatore della Bank of England Mark Carney è al lavoro da mesi per fornire un supporto da esperti finanziari ai negoziati politici: la Bce e la BoE cooperano continuamente su questo. Draghi ha comunque spronato il settore privato a prepararsi nel caso di uno scenario peggiore, una Brexit senza accordo, un’uscita disordinata della City of London. Anche nel caso di accordo, ammoniscono i commentatori politic, il Parlamento britannico è attualmente molto diviso e potrebbe ribaltare il tutto.
In attesa di schiarite che tardano ad arrivare, il mercato dei derivati si sta muovendo già. Alcune statistiche della Deutsche Boerse sono confortanti: la vita media dei contratti derivati OTC sui tassi d’interesse è tale per cui il 60% circa ha una durata fino a due anni. Questo significa che entro due anni una grossa fetta dei contratti in essere scadrà naturalmente, consentendo di stipulare i nuovi contratti direttamente in CCP europee: Parigi si sta imponendo sui credit default swap, all’Eurex a Francoforte stanno arrivando gli IRD (Interest rate derivatives). Il valore nozionale dei derivati sui tassi OTC in essere e liquidati all’Eurex è quadruplicato in circa un anno, dal settembre 2017 al settembre 2018: rispettivamente da 2.300 a 14 mila miliardi e da 1600 miliardi a 9.100 miliardi. La quota di mercato di Eurex rispetto alla LCH è salita dall’1% al 10 per cento. «Le dimensioni dei due mercati non sono comparabili – ha commentato un operatore italiano – è impensabile che vi possa essere un trasferimento totale dei contratti in un arco temporale stretto».
Questa montagna di contratti derivati OTC presso la LCH (un decimo circa dei 660 mila miliardi di valore nominale lordo dei derivati europei in essere nella Ue secondo le stime ESMA diramate ieri), nel caso di assenza di continuità legale presso la LCH post-Brexit, dovrà comunque essere trasferita in toto presso una CCP con sede europea. Quel che occorre all’industria dei derivati è dunque un accordo Uk-Ue che preveda come minimo un periodo di transizione per i derivati, il più lungo possibile, per evitare che il clearing inglese diventi “fuorilegge” dall’oggi al domani. Una road map entro ottobre è la richiesta avanzata dall’industria bancaria, per avere sei mesi di tempo per prepararsi: per ora, questa richiesta è andata disattesa.

Isabella Bufacchi

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