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Brexit, timori per una fuga delle banche

Tante banche della City hanno «il dito sul pulsante trasloco» e potrebbero lasciare la capitale britannica prima ancora che venga invocato l’articolo 50. L’incertezza sul futuro di una Gran Bretagna fuori dall’Europa, l’assenza di dettagli sulle modalità della Brexit, la mancanza di una posizione coerente del governo rispetto alla tutela dei privilegi del miglio quadrato spaventano i maggiori istituti finanziari, che stanno studiando come ammortizzare il colpo trasferendo almeno parte delle attività all’estero. Il monito arriva dall’amministratore delegato dell’Associazione dei banchieri britannici, Anthony Browne, che con un articolo sull ’Observer ha messo nero su bianco le perplessità del settore.

«Il dibattito pubblico e privato ci sta portando nella direzione sbagliata», ha sottolineato. Il problema principale è il passporting , ovvero la possibilità di vendere servizi e prodotti finanziari in Europa senza la necessità di pagare tariffe: la City ne ha diritto dal 1993, ma l’intransigenza del premier Theresa May sulla libertà di movimento sembra destinata a innescare una Brexit hard , una rottura vera e propria, piuttosto che l’opzione più sfumata nella quale speravano tanti professionisti. A giudicare dal summit europeo che ha avuto luogo la settimana scorsa a Bruxelles l’Ue non è intenzionata ad accordare a Londra trattamenti speciali, anzi.

Il settore bancario, ha sottolineato Browne, è a livello nazionale quello che esporta di più. «La Brexit getta nell’incertezza non solo il costo delle attività dei vari istituti con l’Europa, ma anche la loro legalità». Non sono rischi che le banche vorranno accollarsi ed è questo a mettere a repentaglio un business da 20 miliardi di sterline l’anno. L’Europa è pronta ad accogliere le banche che preferiranno spostarsi: Francoforte, Parigi, Dublino, Madrid hanno già inviato nella City delegazioni esplorative.

Goldman Sachs sarebbe pronta a trasferire 2.000 dipendenti. Diverse banche minori potrebbero lasciare la City già prima di Natale, mentre quelle più grosse aspetterebbero l’inizio del 2017. Per l’Ue non è necessariamente una buona notizia, sostiene Browne. Sono banche che «tengono a galla il continente»: «alcuni governi stanno usando le trattative sulla Brexit per togliere a Londra posti di lavoro, spaccando in due il mercato».

Paola De Carolis

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