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Brexit, stop dell’Alta Corte “Serve l’ok del Parlamento” Rischio elezioni anticipate

I giudici fermano la Brexit. Con una sentenza sorprendente, per molti versi inattesa e fortemente simbolica della separazione tra i poteri dello Stato, l’Alta Corte di Londra accoglie il ricorso di due semplici cittadini e stabilisce che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea non può avvenire senza un voto di approvazione del Parlamento nazionale. Significa che l’impegno annunciato dal primo ministro Theresa May di invocare entro fine marzo prossimo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la norma che regola la secessione di uno Stato membro, non potrà avvenire in mancanza dell’approvazione della camera dei Comuni e della camera dei Lord. I magistrati hanno accettato la tesi di Gina Miller, donna d’affari originaria della Guyana, e Deir Dos Santos, parrucchiere di origine brasiliana, secondo cui il referendum del giugno scorso aveva valore “consultivo”, non forza di legge, e che perciò è necessario il voto del Parlamento prima di prendere una decisione storica così importante.
«Faremo rispettare la volontà espressa dal popolo nel referendum », è la prima reazione della premier May. Il governo farà appello contro il verdetto alla Corte Suprema, che lo esaminerà tra il 5 e l’8 dicembre. Se questo fallisse, la leader conservatrice avrebbe un’altra strada per portare avanti la sua intenzione di guidare il Paese fuori dall’Europa: indire elezioni anticipate, nella speranza di stravincerle, come prevedono al momento i sondaggi, assicurandosi una maggioranza talmente ampia in Parlamento da poter facilmente far passare un voto di approvazione di Brexit (al momento i Tories contano su una maggioranza di appena 12 seggi). «Anche noi vogliamo rispettare la volontà del popolo», commenta Jeremy Corbyn, leader laburista, «ma pretendiamo massima trasparenza da parte del governo sul tipo di Brexit che intende perseguire». Sebbene tiepido europeista, Corbyn appare contrario a una hard Brexit, all’uscita dal mercato comune oltre che dalla Ue. Nei corridoi del Parlamento, molti si preparano già a una campagna elettorale. Ma la premier ammette: «Se la Corte Suprema respingerà l’appello, accetteremo che il Parlamento voti su Brexit». Resta da vedere se voterà questo Parlamento o un altro, uscito da nuove elezioni.
Di certo c’è che il verdetto dell’Alta Corte scompiglia le carte e riapre tutti i giochi. Theresa May chiede un colloquio per stamane con il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker: per dirgli che l’articolo 50, il via al negoziato di due anni per l’uscita dalla Ue, resta in calendario (ma non è chiaro se potrà scattare entro marzo 2017). Nigel Farage, leader degli antieuropei dell’Ukip, denuncia un “tradimento” del risultato del referendum e ammonisce: «Ci sarà una rivolta della gente». La Borsa scende, la sterlina risale, i bookmaker abbassano le quote su un secondo referendum. E intanto il Regno Unito dimostra che la sua democrazia funziona: i giudici sono indipendenti, non si fanno intimorire dalla politica.

Enrico Franceschini

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