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Brexit, stop al Governo dall’Alta Corte

«La regola fondante dell’ordinamento britannico è la sovranità del Parlamento». Lord chief justice Thomas Cwmgiedd lo ha scandito forte e chiaro nella speranza che il concetto echeggiasse nei corridoi di Downing Street. Il referendum non basta, per divorziare dall’Unione europea è necessaria la volontà dei deputati eletti, dunque.
I giudici dell’Alta corte britannica sotto la guida di Lord Cwmgiedd hanno fatto brillare una nuova bomba sotto il tribolato distacco di Londra da Bruxelles. Accogliendo le istanze sostenute da due cittadini, la investment manager Gina Miller originaria della Guyana e l’ugualmente esotico coiffeur, Deir Dos Santos, i giudici hanno sentenziato che il Parlamento deve esprimersi prima che il Governo possa avviare la procedura di recesso attraverso l’articolo 50 del trattato di Lisbona. Tanto è bastato per ridare subitaneo vigore alla sterlina, balzata nell’immediatezza del verdetto dell’1% sul dollaro
Il pronunciamento della Corte va contro la tesi sempre sostenuta dai ministri brexiters e dalla premier Theresa May, secondo i quali la volontà popolare espressa con il voto del 23 giugno e i poteri dell’esecutivo rinforzati dalle regole della cosiddetta Prerogativa reale, dovevano essere considerati sufficienti per avviare i negoziati sui termini del divorzio britannico dai partner senza ascoltare la voce dei Comuni. La mancanza, come nel caso del Regno Unito, di una Costituzione scritta aveva lasciato, sul punto, molto spazio a libere interpretazioni di giuristi impegnati a declinare il Bill of Rights del 1689 con lo European act del 1972 e al discettare sull’attribuzione dei poteri per consumare un distacco che non ha precedenti storici. Sembrava, tuttavia, essere prevalente la tesi governativa, non solo per la spavalderia che Downing Street andava mostrando, ma anche perché appariva improbabile ai più che la Corte fosse disposta a mettere in discussione – seppure indirettamente – la volontà popolare e soprattutto quella dell’esecutivo.
Colpo di scena, dunque, anche se la tragicommedia anglo-europea non finisce qui, essendo solo il primo tempo di un cammino giudiziario destinato ad essere nuovamente scrutinato nell’appello alla Suprema Corte. Downing Street ha già confermato il ricorso, denunciando «la delusione per la sentenza» e la volontà di proseguire sulla strada già delineata anche se l’ipotesi di elezioni anticipate è da ieri una probabilità più che una possibilità. Tutti o quasi, dipenderà dai giudici di ultima istanza, si dovrebbero pronunciare entro il mese di dicembre.
I sentimenti di Downing Street sono comprensibili. Basta leggere le poche, ma sentite parole usate da Lord chief justice per liquidare le tesi dei legali del governo. «La Corte non riconosce alcuna validità a quanto espresso dai legali dell’esecutivo. Non c’è alcun passaggio nello European act del 1972 capace di suffragare quanto sostenuto. A parere della Corte la tesi è contraria sia a quanto sostenuto dai parlamentari nel 1972 sia al principio fondante della sovranità in assenza di poteri della Corona di mutare leggi parlamentari grazie alle sue speciali prerogative». Game, set, match? Non ancora, non, almeno, fino a quando si conoscerà il parere dei giudici di ultimo grado. Sul punto Gina Miller è stata esplicita. Parlando fuori dall’aula giudiziaria la manager ha detto: «Questa sentenza non riguarda le politiche, ma il procedimento. Mi auguro che quando il governo avrà considerato il verdetto deciderà di non fare appello». Scenario considerato improbabile perché se il verdetto sarà confermato in via definitiva il tavolo della Brexit sarà stato completamente ribaltato.
Il Parlamento dovrà essere consultato e dovrà votare sull’eventualità, i tempi e le modalità di uscita dall’Ue. È difficile che i deputati – nonostante la grande maggioranza sia favorevole alla permanenza britannica nell’Unione – possano ignorare del tutto la volontà popolare espressa nel referendum, ma è un’eventualità che non si può più escludere essendo stato di fatto sancito il semplice valore consultivo del voto del 23 giugno. «Temo che il tradimento sia alle porte», ha commentato sul punto Nigel Farage leader storico dell’eurofobo Ukip.
Quelli che cambiano sono certamente i tempi e le modalità dell’eventuale divorzio. Dare la parola e il voto a Westiminster farà slittare i tempi molto oltre il 30 marzo, data ultima indicata da Theresa May per avviare l’articolo 50. Inoltre se i giudici supremi confermeranno il verdetto appena emesso è molto probabile che gli scenari da hard Brexit fino ad ora ipotizzati lascino spazio a un negoziato molto più soft. Qualora infatti il Parlamento decidesse di proseguire sulla via della Brexit in ossequio all’esito del voto, è evidente che House of Commons e Lords si approprieranno del negoziato, liquidando le istanze oltranziste vagheggiate dal ministro del Commercio internazionale Liam Fox capofila dei falchi. Ipotesi di lavoro in attesa della Suprema Corte e nulla di più, perché la corte riconoscendo al referendum un valore consultivo spalanca di fatto l’uscio a scenari di ogni tipo.

Leonardo Maisano

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