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Brexit, settecento giorni per dirsi addio

Il B-Day è arrivato. Mercoledì la premier britannica Theresa May avvierà ufficialmente le pratiche per la Brexit, il divorzio dall’Unione europea. Dopo una relazione durata 44 anni Londra chiederà l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, per la prima volta nella storia della Ue. Lo farà con una lettera indirizzata al Consiglio europeo, mettendo in moto un meccanismo che durerà almeno due anni, con alcune tappe già in agenda e numerose incognite all’orizzonte.
Il mese prossimo sarà dedicato alla preparazione delle linee guida negoziali che verranno adottate dai leader dei Ventisette il 29 aprile(tra il primo e il secondo turno delle elezioni francesi). «A mio avviso – spiega André Sapir, senior fellow del think tank Bruegel – le linee guida conterranno princìpi generali: verrà dato il mandato alla Commissione Ue per negoziare, ma ad alcune condizioni. È inoltre ragionevole che vengano citati i principali nodi da sciogliere, come la futura relazione tra Londra e la Ue e potrebbe essere menzionata la possibilità di un accordo transitorio se entro i due anni non si arriverà a un’intesa sul libero scambio». Per ragioni tattiche, gli fa eco Vincenzo Scarpetta, senior policy analyst di Open Europe, «i leader non scopriranno troppo le carte. Mi aspetto, per esempio, che vengano menzionati gli obblighi finanziari di Londra nei confronti della Ue, ma senza cifre».
A maggio la palla passerà nel campo della Commissione Ue per la pubblicazione della raccomandazione che darà il via al negoziato, poi i ministri degli Esteri riuniti nel consiglio Affari generali dovranno approvare l’avvio dei negoziati e le linee guida negoziali a maggioranza qualificata. Se tutto procederà secondo i piani, le trattative potranno iniziare tra fine maggio e inizio giugno. In questi due anni Londra continuerà a essere un Paese membro della Ue, ma ha già rinunciato a esercitare la presidenza di turno nel secondo semestre di quest’anno.
Già oggi le formazioni in campo sono schierate in attesa del fischio di inizio. Per la Ue a curare la regia sarà la Commissione, con il capo negoziatore, il francese Michel Barnier. Oltremanica se lo ricordano bene: europeista convinto, quando era commissario al Mercato interno e ai servizi finanziari era stato soprannominato dai media britannici «l’uomo più pericoloso d’Europa». Barnier guiderà una task force dell’esecutivo Ue di 28 persone e avrà un dialogo costante con le capitali e con il Consiglio Ue, che potrà contare su una squadra di una decina di persone, guidate dall’esperto diplomatico belga Didier Seeuws.
Dall’altra parte del tavolo ci sarà David Davis, ministro per la Brexit, nato come Barnier negli anni ’50. Al suo fianco il capo di gabinetto Oliver Robbins, molto ferrato in tema di immigrazione.
Al momento da entrambe le parti si sottolinea la necessità di arrivare a un accordo «chiaro e ordinato». Non mancano, però, i nodi da sciogliere sin dall’inizio delle trattative. Uno dei principali riguarda proprio l’oggetto del negoziato: Theresa May vorrebbe trattare in parallelo il divorzio (regolato dell’articolo 50) e la nuova relazione con l’Unione con la firma di un trattato di libero scambio (stabilita dall’articolo 218 del Trattato), mentre la Ue preferirebbe concentrarsi sul primo aspetto e in seguito sul secondo. «Sarà però inevitabile – dice Scarpetta – che nel corso del negoziato sul divorzio si inizi a immaginare il tipo di relazione futura».
Un altro tema che promette scintille è il cosiddetto «exit bill». Bruxelles chiede che Londra onori i suoi impegni presi con la Ue (quantificati per ora intorno ai 58 miliardi di euro), ma la Gran Bretagna si oppone. La strada si preannuncia in salita anche sui termini del divorzio. Londra ha già chiarito che vuole una «hard Brexit» con 12 punti fermi, elencati nel Libro bianco presentato al Parlamento. Tra questi l’uscita dal mercato unico e il controllo dell’immigrazione dalla Ue, ma anche la necessità di «assicurare i diritti dei cittadini europei che già vivono in Gran Bretagna e quelli dei britannici che risiedono nella Ue». Da parte sua Barnier ha detto a chiare lettere che i diritti dei cittadini europei saranno una priorità assoluta fin dall’inizio dei negoziati e che non sarà possibile un mercato unico «à la carte».
«Sarà un processo impegnativo per tutti – sottolinea Marco Piantini, consigliere del premier Gentiloni per le politiche europee – da affrontare con chiarezza e lealtà e servirà un profondo grado di coordinamento e di specializzazione per affrontare dossier molto complessi. Ogni singola questione negoziale, infatti, ne comprende tante altre». Come ha ricordato recentemente il premier Gentiloni nel suo discorso alla London School of Economics, prosegue Piantini, «il quadro negoziale dell’Unione, e dunque il ruolo chiave di Barnier e i princìpi delineati in quel contesto, sono la garanzia migliore per un buon accordo. Non c’è dubbio che per noi la salvaguardia dei diritti dei cittadini italiani in Gran Bretagna sia un punto di partenza imprescindibile».
L’obiettivo della Ue è portare a termine entro ottobre 2018 i negoziati sul divorzio. Entro marzo 2019 l’accordo dovrà essere poi approvato dai ministri degli Esteri dei 27, a maggioranza qualificata con il parere vincolante dell’Europarlamento, e dal Parlamento britannico. Da quel momento Londra non sarà più membro della Ue. Se oltre al divorzio non si arriverà alla sigla definitiva di un trattato di libero scambio, potrebbe essere previsto un accordo transitorio. «Una possibile fonte di ispirazione – osserva Scarpetta – potrebbe essere l’intesa siglata con il Canada».
È presto, però, per parlare di una relazione futura, perché per ora la strada appare tutta in salita.

Chiara Bussi

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