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«Brexit senza accordo sarebbe un disastro per le imprese»

Tra le tante prese di posizione contro Brexit nessuna è stata più chiara, coerente e decisa di quella presa fin da prima del referendum dalla Confederation of British Industry (Cbi), la Confindustria britannica. A poco più di cinque settimane dalla data prevista di Brexit, abbiamo fatto qualche domanda a Sean McGuire, direttore della Cbi a Bruxelles, responsabile delle questioni Ue.
La Cbi è stata molto chiara nella sua opposizione prima a Brexit e poi a un “no deal”, eppure il rischio di un’uscita senza accordo è aumentato. Perché non siete stati ascoltati?
La voce del business ha avuto una grande influenza nel dibattito su Brexit. I nostri membri hanno chiesto un periodo di transizione per permettere alle imprese di avere il tempo necessario di adattarsi e questa richiesta è stata accolta dal Governo e fa parte del Withdrawal Agreement. Adesso ci stiamo concentrando sul tentativo di evitare un no deal che sarebbe disastroso e di trovare un compromesso che funzioni per il business. Chiediamo ai politici di privilegiare l’economia, non l’ideologia, e di fare chiarezza accettando un compromesso sull’accordo. Poi potremo passare alla fase più importante, quella di costruire una partnership futura e di lungo termine tra il Regno Unito e la Ue. La nostra è un’ambizione sostenuta dall’intera business community europea e noi lavoreremo assieme alle nostre organizzazioni sorelle in BusinessEurope per fare in modo che gli stretti rapporti di cooperazione e interdipendenza continuino in futuro.
Molte imprese straniere, da Sony a Panasonic e da Nissan a Honda, hanno annunciato che lasceranno la Gran Bretagna o ridurranno i loro investimenti. Prevede che la lista si allungherà?
Il nostro timore è che le imprese adesso accelerino i piani di emergenza in vista di un no deal perchè c’è una frustrazione crescente per la mancanza di chiarezza e l’assenza di certezze. Le imprese devono poter pianificare gli investimenti e le assunzioni, non possono attendere i tempi della politica ma devono prendere decisioni in base alla situazione attuale.
Ironicamente, Nissan e Honda presto potranno esportare auto made in Japan nei Paesi Ue senza dazi, mentre il Governo è ben lontano dall’avere negoziato gli accordi commerciali bilaterali promessi. Che ne pensa?
La Gran Bretagna ha il beneficio di 40 accordi commerciali in cinque Continenti. Questo accesso preferenziale cesserà con Brexit, come la Cbi ha avvertito più volte. Se usciremo senza accordo, da un giorno all’altro non potremo più godere dei vantaggi del libero scambio con mercati di enorme importanza per noi, dal Giappone alla Turchia. Stiamo lavorando con il ministero del Commercio Internazionale per garantire una continuità nei nostri rapporti commerciali con Paesi terzi. Di recente ci sono stati progressi, con accordi bilaterali siglati con il Cile e con la Svizzera, ma è evidente che un accordo su Brexit ci darebbe quel periodo di transizione di cui abbiamo bisogno. L’unico modo di evitare un no deal è di sostenere l’accordo negoziato dal Governo, che non è certo perfetto ma evita lo scenario da incubo di un no deal caotico e ci concede il tempo sufficiente per costruire la partnership futura.
In vista delle elezioni europee, il presidente di BusinessEurope Pierre Gattaz e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia di recente hanno lanciato un appello comune per un’Europa più business-friendly. La strategia “Ambizione per il 2030” chiede più, non meno Europa, e più investimenti in tecnologia, innovazione, formazione e l’economia circolare. È una visione che la Cbi condivide?
Certamente. È fondamentale che le imprese mostrino leadership e si facciano parte della soluzione ai tanti problemi di oggi. Vediamo un aumento del populismo, attacchi allo status quo e una fragilità economica e sociale che rischiano di minare i nostri tentativi di costruire un’Europa più prospera e più ambiziosa. I Governi potranno garantire la prosperità, sicurezza e innovazione che i cittadini chiedono solo lavorando con il business. La Cbi e le imprese britanniche intendono giocare un ruolo chiave in questo. Siamo convinti che l’Europa debba restare aperta al mondo, debba continuare a difendere i nostri valori e debba rafforzare l’economia in modo che il nucleo economico europeo integrato possa continuare a garantire il benessere per i nostri cittadini.
Ci saranno cambiamenti nei rappporti della Cbi con le altre organizzazioni imprenditoriali europee dopo Brexit?
La Gran Bretagna lascia la Ue ma non lascia l’Europa. La Cbi naturalmente continuerà a cooperare con le altre organizzazioni imprenditoriali in Europa, compresa la Confindustria, e resterà un membro attivo e impegnato di BusinessEurope. Manterremo anche il nostro ufficio di Bruxelles e la nostra vasta rete europea per mantenere stretti rapporti in tutto il Continente.
Cercando di essere ottimisti, ritiene che se ci sarà un accordo su Brexit dopo tanta incertezza potrebbe esserci un rimbalzo della crescita economica e degli investimenti?
Una Brexit ordinata porterebbe a un aumento della crescita in Gran Bretagna per i prossimi due anni e una graduale crescita dei redditi e dei consumi. Gli investimenti da parte delle imprese ripartirebbero dopo un pessimo 2018 dovuto all’incertezza su Brexit. Un no deal invece sarebbe negativo per le imprese, per l’occupazione e per il tenore di vita dei cittadini. E, sia ben chiaro, le più danneggiate sarebbero le piccole e medie imprese.

Nicol Degli Innocenti

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