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Brexit sale nei sondaggi, cade la sterlina

A dieci giorni dal referendum sull’adesione all’Unione europea, i mercati britannici accelerano la caduta al ritmo di sondaggi che assegnano a Brexit il favore degli elettori. La sterlina è scivolata dell’1% sul dollaro e dello 0,7% sull’euro ai minimi negli ultimi due mesi, mentre il gilt a 10 anni è andato al di sotto della soglia dell’1,2 per cento. Più contenuta, come sempre in questi mesi, la reazione del mercato azionario.
La volatilità implicita della sterlina a un mese è tornata a livelli che non si vedevano dalla crisi del 2008 a conferma di quanto l’incertezza sia dominante sulla sfondo di una consultazione aperta a qualsiasi esito.
A indicare il senso di fragilità crescente del fronte Remain era stato, durante il week end, il sondaggio del gruppo editoriale Independent forte di un opinion poll effettuato on line che assegna a Leave dieci punti di vantaggio su Remain. Le ricerche condotte con questionario via web, a Londra, sono considerate – nel caso della consultazione sulla Ue – molto meno attendibili di quelle telefoniche perchè partecipano in misura significativa militanti brexiters. Una considerazione che avrebbe dovuto suggerire ai mercati una reazione meno impetuosa di quella vista ieri, sebbene il gap indicato fra favorevoli e contrari all’Unione è di un’ampiezza senza precedenti. Inoltre, va precisato, che anche il vantaggio di Remain negli opinion polls telefonici si sta lentamente riducendo. La sentenza degli istituti di statistica – nonostante la scarsa credibilità di cui godono nel Regno Unito dopo la fallita previsione alle politiche del 2015 – ha innescato una reazione catena. Gli allibratori hanno ridotto il margine di vantaggio che da sempre assegnano a Remain di 14 punti con il «sì» all’adesione passato dal 78 a 64 per cento. Gli analisti della City si sono adeguati. Il chief economist di Berenberg, Holger Schmieding, ha precisato che un’ eventuale nuova caduta di Remain nei sondaggi telefonici «ci porterebbe a credere che il rischio Brexit sia superiore al 30% fino ad ora indicato».
Di sicuro non era questo il quadro che il premier David Cameron sperava di scorgere all’avvio del rush finale verso il voto del 23 giugno. L’obiettivo di una battente campagna sui pericoli dell’uscita di Londra dall’Unione era – e continua ad essere – quello di presentare al Paese uno scenario mozzafiato per il giorno dopo un’eventuale «secessione» dall’Europa. È stato messo un accento eccessivo sullo schock economico di Brexit ? I toni sono stati talvolta acuti – la battuta di ieri del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk sulla «possibile fine della civiltà politica occidentale» è fra questi – ma le conseguenze drammatiche di Brexit sono assolutamente realistiche. Le hanno messe in fila istituzioni internazionali – da Fmi a Ocse – organismi britannici –Banca d’Inghilterra e Tesoro – ma anche i brexiters ammettono che, quantomeno sul breve periodo, le conseguenze saranno negative. Del tutto riscattate – a loro avviso – dai benefici successivi che l’affrancamento dai teorici lacci di Bruxelles potrà garantire. Benefici che non sono mai stati in grado di presentare compiutamente a differenza del punto sull’immigrazione. Un capitolo questo che i brexiters sono riusciti a fare loro con successo denunciando gli errori del governo Cameron, generoso con sé stesso nel fissare un tetto di 100mila ingressi intra ed extra europei all’anno senza sapere che, nel solo 2015, da Dover e dintorni erano passati 330mila stranieri, metà dei quali con passaporto dell’Unione.

Leonardo Maisano

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