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Brexit, tutto da rifare. May umiliata in Parlamento. Ora la prova della fiducia

«Se l’accordo non venisse approvato, arriverebbe l’inverno», aveva detto ieri mattina il ministro dell’Ambiente Michael Gove. L’inverno è arrivato e ha gelato tutto. Lo si era capito sin da quando May è giunta alla Camera dei Comuni prima di pranzo: era quasi ghiacciata sulla panca, già sfinita dall’imminente disfatta, con una cartellina sulla gonna nera, mentre nel teatrante Parlamento britannico si accavallavano gli strali e le accuse dei deputati contrari al suo accordo con l’Ue sulla Brexit. 202 a 432. Sotto di 230 voti. È più di una disfatta per May. È una catastrofe politica e un’umiliazione storica che un governo britannico in carica non aveva mai subito nelle maestose stanze di Westminster. Stasera l’ultimo passo: se ci sarà il voto di sfiducia la carriera di Theresa May sarà praticamente finita.
L’azzardo della premier britannica – rimandare all’ultimo momento il voto sull’accordo sulla Brexit raggiunto con l’Ue per farlo approvare sotto la minaccia del ” No Deal”, ” nessun accordo” – è stato un disastro colossale. Le cosiddette “rassicurazioni” dell’Unione europea sull’oramai famigerato backstop ( l’assicurazione concordata con Bruxelles per preservare la fluidità del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, pilastro cruciale della pace del 1998) sono state inutili aspirine per l’agonia di un Paese che non sa più come uscire dal labirinto in cui si è cacciato. Palliativi che come era facile immaginare non hanno fatto cambiare idea alla valanga di ribelli conservatori, unionisti, nordirlandesi e irriducibili laburisti di Jeremy Corbyn: l’accordo di May era «una trappola», «il caos», «una minaccia ». Deve essere «ucciso», aveva chiesto Boris Johnson, la serpe in seno di May. Così è stato.
All’annuncio di John Bercow, l’irresistibile speaker della Camera dei Comuni che pare uscito da una commedia dei Monty Python, fuori la folla esulta. Anzi, le due folle. Per tutto il giorno, gli europeisti che cantavano Vivaldi, Beethoven e Hey EU ( dai Beatles), sognando un secondo referendum, e i rumorosi brexiters che hanno suonato instancabilmente campanacci e cori da stadio contro Bruxelles e May, sono stati fianco a fianco a manifestare nella piazza di Westminster. È l’affresco di un Paese frantumato, come la politica britannica. Perché adesso può succedere di tutto. Se May dovesse essere miracolata nel voto di sfiducia di oggi, riparlerà con i suoi e ricominceranno le estenuanti negoziazioni con l’Ue. Se perdesse e subisse l’ennesima mortificazione, potrebbero esserci nuove elezioni come vuole il laburista Corbyn, oppure un nuovo premier conservatore entro 14 giorni (ma i Tories sono dilaniati e difficilmente si riuniranno sotto un Johnson, Raab o Gove). Altrimenti, il Parlamento potrebbe prendere il controllo e pretendere ufficialmente un secondo referendum. Di sicuro, la Camera cercherà di evitare a ogni costo il No Deal. Un’estensione della scadenza del 29 marzo è ora molto probabile.
Sin dalla mattinata, nelle stanze di Westminster si respirava aria di imminente sciagura. Nei corridoi delle commissioni un sottosegretario ci diceva sin dalle 10 « è finita, ha tutti contro, ma Theresa non lo ha ancora capito » ; un conservatore ribelle alla domanda – “May perderà di cento voti?” – rispondeva: « saranno molti di più… » . L’attorney general, Geoffrey Cox, (il massimo legale del governo) per oltre un’ora ha provato a convincere i colleghi della bontà dell’accordo May mentre si tirava su continuamente i calzini calati per lo sforzo. May intanto elemosinava un sostegno impossibile, definendo il suo stesso accordo « un compromesso imperfetto contro il salto nel buio» e il ritardatario Corbyn entrava trionfale come ultimo “big” in aula per poi ringhiare contro la premier, giurandole la sua fine politica. La mozione di sfiducia del leader Labour contro il governo è stata chiesta dalla stessa May: se volete cacciarmi, dovete farlo voi, io non mi dimetto. È l’ultima disperata mossa. May-Day. May-Day. E ora della Brexit che cosa ne sarà? Questo racconto d’inverno, direbbe Shakespeare, è soltanto all’inizio. E farà ancora freddissimo, per tutti.

Antonello Guerrera

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