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Brexit, pressing per un referendum bis La May conferma: non verrà fatto

Theresa May non cambia idea: la premier britannica ha ribadito ieri che un secondo referendum su Brexit non s’ha da fare. Il successo della manifestazione a favore di un nuovo voto, che ha visto scendere in piazza 700mila persone sabato a Londra, un numero superiore anche alle previsioni degli organizzatori, non ha alterato la posizione del Governo. Deputati di tutti i partiti, conservatori compresi, si sono uniti ai dimostranti arrivati da tutta la Gran Bretagna per la maggiore manifestazione di protesta dalla marcia contro la guerra in Iraq nel 2003. «Il voto c’è stato nel 2016 – ha detto la May –. Un secondo referendum sarebbe un voto dei politici, che dicono agli elettori che si erano sbagliati e devono rifare tutto. Questo farebbe gravi danni alla fiducia nella democrazia».
I sostenitori di un secondo voto non hanno abbandonato ogni speranza. La May avrà grandi difficoltà a far approvare da Westminster l’accordo di compromesso che sta tentando di raggiungere con la Ue, inviso sia al fronte anti-Ue che al fronte anti-Brexit. Se l’intesa dovesse essere bocciata dal Parlamento, l’idea di un nuovo referendum potrebbe essere rilanciata. In tal caso, la tabella di marcia imposta dall’articolo 50 slitterebbe con la benedizione della Ue per consentire l’organizzazione della seconda consultazione popolare.
L’accordo con la Ue però è ancora lontano dall’essere raggiunto. Ci sono opinioni diverse anche sul progresso dei negoziati. La premier ha dichiarato che il 95% delle questioni è stato risolto, sottolineando le intese raggiunte negli ultimi giorni su Gibilterra e sulle basi della Royal Air Force a Cipro, mentre secondo Guy Verhofstadt, il responsabile di Brexit del Parlamento europeo, la percentuale è del 90%. Su una cosa concordano: l’ostacolo maggiore resta il confine interno irlandese. La May ha chiesto più flessibilità alla Ue, la Ue ha chiesto nuove idee alla May. Se non si troverà un magico coniglio da tirare fuori dal cappello, l’idea è di estendere il periodo di transizione oltre la data prevista del dicembre 2020 per dare tempo alle due parti di negoziare i futuri accordi economici ed evitare che il controverso piano di emergenza o “backstop”, che manterrebbe il Regno Unito nell’unione doganale in caso di mancata intesa, sia mai attivato.
Il fronte anti-Ue è in rivolta contro l’idea di estendere il periodo di transizione per un periodo di tempo imprecisato e non crede alle assicurazioni della premier che finirebbe senz’altro «molto prima» del maggio 2022, la fine prevista della legislatura. Secondo i sostenitori di una hard Brexit, la proposta porterebbe al peggiore dei mondi possibili, costringendo Londra a restare “incatenata” alle regole Ue, compresa la libertà di circolazione, senza poter essere parte attiva e continuando a versare soldi a Bruxelles.
La May è riuscita ancora una volta a evitare la ribellione in extremis con la sua promessa solenne in Parlamento che il Regno Unito resterà tale. L’Irlanda del Nord resterà per sempre e del tutto allineata alla Gran Bretagna, ha assicurato la premier. Il piano di emergenza, se ci sarà, riguarderà tutto il Regno Unito e non solo l’Irlanda del Nord come avrebbe voluto la Ue.
L’insoddisfazione dei parlamentari di entrambi gli schieramenti è condivisa dagli elettori, esausti dal tira e molla su Brexit e sempre più dubbiosi che ci possa essere un esito positivo. Secondo l’ultimo sondaggio YouGov di questa settimana, il 71% degli interpellati ritiene che i negoziati su Brexit stiano andando male o molto male, mentre solo l’1% pensa che stiano andando bene.
Brexit ha anche avuto un impatto sul budget, che è stato anticipato al 29 ottobre, tre settimane prima del solito, per non coincidere con il summit straordinario Ue di novembre che avrebbe dovuto sancire l’accordo finale tra Londra e Bruxelles. Ironia della sorte, data la mancanza di progressi nei negoziati il summit potrebbe non avere luogo. Non solo la data, ma anche il giorno del budget è stato cambiato, dal consueto mercoledì a lunedì. Gira voce che il cancelliere Philip Hammond non volesse presentare la finanziaria il 31 ottobre, giorno di Halloween, per evitare facili sarcasmi su “trucchetti o dolcetti”.

Nicol Degli Innocenti

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