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Brexit ha portato più inflazione

Inflazione in crescita, consumi in contrazione, pil in battuta. La Brexit morde paradossalmente nel momento in cui per la prima volta negli ultimi dodici mesi è messa sotto scrutinio dall’esito di elezioni politiche che hanno ridato ossigeno agli eurofili.
E la Banca d’Inghilterra si spacca sulle misure da adottare per meglio gestire la congiuntura economica. Il Comitato di politica monetaria dell’istituto centrale ha votato 5 a 3 per il mantenimento degli interessi a 0,25%, ribadendo il programma in essere di allentamento quantitativo. Tre membri del Comitato, dunque, avrebbero voluto rialzare i tassi e correggere la politica monetaria della Bank of England, confermando una spaccatura che va oltre le previsioni.
È la conseguenza di un dato sulla crescita dei prezzi al consumo (2,9%) diffuso dall’ufficio di statistica un paio di giorni fa e in deciso rimbalzo rispetto alle attese che pure ipotizzavano una progressione. La spinta arriva dalla svalutazione della sterlina sotto schiaffo da mesi per le incertezze generate dalla Brexit e fiaccata ancora di più, in questi giorni, da un quadro politico altamente volatile. «Il grado di disaccordo in seno al Comitato – ha dichiarato Rebecca Piggott ricercatrice del Niesr, il National institute for economic and social reasearch – aumenta le chance di un rialzo dei tassi nel futuro prossimo. Ci attendiamo un’inflazione media del 3% nel corso del 2017 con un ritorno al target (2%) non prima del 2019».
La BoE non è stata l’unica, ieri, a dare risposte impreviste. Il dato sulle vendite al consumo nel mese di maggio ha subito una contrazione dell’1,2%, molto oltre le stime degli analisti fermi allo 0,8 per cento. Una caduta che segue la forte progressione che si era verificata nel mese di aprile quando le vendite erano cresciute del 2,3 per cento. Su base annua i consumi nel Regno Unito indicano una progressione dello 0,9%, la più debole dall’aprile del 2013. «Il declino delle vendite nel mese di maggio – si legge in una nota di Pantheon macroeconomics – ha colpito tutti i comparti con i prodottti alimentari in contrazione dello 0,9% e quelli “non food” del 2,3%…È la conferma che i consumatori cominciano far fatica a tenere il passo con prezzi in aumento e salari reali in caduta al ritmo più alto degli ultimi tre anni».
Nessuna sorpresa, quindi, alla nota di Visa secondo la quale i consumatori del Regno Unito hanno tagliato le spese con carta di credito per la prima volta negli ultimi quattro anni. Il grado di indebitamento privato in Gran Bretagna è fra i più elevati del mondo occidentale.
I consumi interni sono da sempre il motore dell’economia del Regno Unito e un rallentamento del genere non può non avere ripercussioni sulla dinamica del pil. Secondo Hsbc la crescita nel secondo trimestre sarà allo 0,2% mentre su base annua il Niesr prevede ancora una progressione dell’1,7 per cento, in calo rispetto alle stime di qualche mese fa. «È difficile – ha precisato Samuel Tombs di Pantheon– immaginare il trend delle vendite al dettaglio migliorare sul breve periodo. La crescita dei salari è destinata a rimanere bassa e le banche cominciano a stringere il credito». Le statistiche confermano inoltre che i consumatori selezionano già gli acquisti puntando a privilegiare la spesa per i prodotti alimentari.
Scenari da Brexit, dunque. Quelli attesi da mesi e che l’onda lunga di uno strappo non ancora compiutamente avvenuto avevano rinviato oltre ogni aspettativa.
Eppure ora la stretta comincia ad avvertirsi e rischia di essere molto più rapida del previsto se l’incertezza sul cammino che adotterà il governo – che ieri ha confermato l’avvio ufficiale dei negoziati con l’Unione per lunedì 19 giugno – costringerà le imprese ad accelerare i piani di delocalizzazione.

Leonardo Maisano

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