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Brexit, passa la mozione May sì alla richiesta di rinvio all’Ue

Alla fine, dopo quasi tre estenuanti anni dopo il referendum sulla Brexit, il Regno Unito ha ceduto. Si va a Bruxelles a chiedere il rinvio, perché uscire dall’Ue il 29 marzo non è più possibile. O forse sì, ma solo nella maniera più brutale ( il No Deal, senza accordo), se nei prossimi giorni dovesse andare tutto a rotoli con l’Europa. Intanto, per sicurezza, il Parlamento britannico ieri ha votato una mozione della premier Theresa May per cui Londra chiederà a Bruxelles dai 3 ai 9 mesi di rinvio della Brexit. L’estensione breve verrà invocata se May riuscirà nel miracolo di far passare il suo accordo prima di giovedì prossimo ( quando ci sarà un delicatissimo consiglio europeo) e in quel caso l’Ue l’accorderebbe senza problemi.
Ma se May cadrà per la terza volta alla Camera, allora la premier chiederà un’estensione più lunga, fino a 9 mesi. E allora Bruxelles e i 27 Paesi dell’Unione chiederebbero in cambio “un motivo valido”, altrimenti si andrà a nuove elezioni o un secondo referendum, come ha fatto intendere il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.
Un sollievo che durerà poco
Questo spaventa i ribelli euroscettici conservatori e gli unionisti nordirlandesi, le serpi in seno di May. Che quindi potrebbero cedere alle sirene della premier e votare il suo tormentatissimo accordo. Ma sarà, ancora una volta, un azzardo. Come ieri, quando la premier si è salvata per due voti dall’emendamento del laburista Hilary Benn, che, se fosse passato, le avrebbe strappato il timone della Brexit per consegnarlo al Parlamento. Sollievo, ma breve. Perché se si vanno a vedere i voti alla mozione May, ben 188 deputati del suo partito conservatore le hanno votato contro — tra cui 8 ministri e addirittura quello della Brexit Steve Barclay — e solo 112 a favore. Una marea che sarà difficile da incanalare sul suo accordo la settimana prossima.
L’affondo di Trump
I laburisti non sono da meno, però. Sei ribelli hanno affossato proprio l’emendamento Benn, ma soprattutto il leader Corbyn ha imposto l’astensione per un secondo referendum sulla Brexit e poi ha miracolato May perché il Labour ha votato in massa la sua mozione: per senso di responsabilità ma anche perché è la strada verso le agognate elezioni. Un tatticismo esasperato, che molti elettori laburisti oramai stentano a capire. Intanto, Donald Trump è tornato a bastonare la poco amata May. Il presidente americano ha attaccato la leader britannica, per « aver gestito male la Brexit, non aver ascoltato i suoi consigli», prima di infangare un secondo possibile referendum definendolo « ingiusto ». Acrimonia personale, ma anche il segno che l’internazionale populista è scesa in campo per salvare la Brexit dura e pura. Gli appelli di mercoledì di Farage & Co. a Salvini per far deragliare tutto in Consiglio europeo ( serve l’unanimità dei 27 Paesi Ue per il rinvio, altrimenti c’è il No Deal) ne sono la conferma.

Antonello Guerrera

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