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Brexit, Parigi corre da sola

Manifesti enormi, i famosi 6×6, da lunedì 17 ottobre hanno riempito tutti gli spazi pubblicitari della stazione di St. Pancras, il terminal ferroviario dell’Eurostar Parigi-Londra, lo scalo londinese di Heathrow e il terminal del Charles De Gaulle, da dove partono i voli per la capitale inglese.

Si vede una rana enorme con una cravatta che ha i colori della bandiera francese e una scritta (in inglese): «Tired of the fog? Try the frogs», Stanco della nebbia londinese? Prova con le rane, che fa il verso all’immagine dei francesi «mangiarane».

Ma dietro la rana si intravede la skyline della Défense, il grande quartiere degli affari di Parigi, una Wall Street di grattacieli con 3,5 milioni di metri quadrati di uffici popolati ogni giorno da 160 mila colletti bianchi (il 40% stranieri) e allora il messaggio è chiaro: è qui che il comune di Parigi, la regione dell’Île-de-France, la lobby di Paris Europlace e tanti altri soggetti pubblici e privati vogliono attirare una buona percentuale dei 75 mila impiegati della City (il conto è della società di consulenza Oliver Wyman) che una «Hard Brexit», una separazione brusca del Regno Unito dall’Europa, dovrebbe far sloggiare entro la prossima primavera.

La campagna pubblicitaria con un pay-off destinato a diventare un tormentone (Choose Paris La Défense, Scegli Parigi), finanziata da Defacto, la società mista pubblico-privata che gestisce il quartiere degli affari, è solo il primo segnale esterno di una strategia di sistema che sta mobilitando risorse economiche, politiche, gestionali, diplomatiche, relazionali con l’obiettivo, come dichiara apertamente Arnaud de Bresson, segretario generale di Paris Europlace, una vera cabina di regia che promuove gli interessi della capitale francese (e di tutta la regione dell’Île-de-France) nel mondo, di vincere la partita con Francoforte (che ha già avuto la sede della Bce e quindi può accontentarsi) e con Amsterdam (che mette in campo una rete di facility burocratiche e di eccellenze informatiche a cui l’alta finanza mondiale non può rinunciare; vedere ItaliaOggi del 27 luglio).

Cominciamo con la politica. Il primo ministro Manuel Valls ha già annunciato che nella prossima legge finanziaria 2017 ci sarà una riforma del regime fiscale agevolato per gli «impatriati» in arrivo da Londra con l’allungamento del trattamento speciale (aliquote più basse, esenzioni, deduzioni e detrazioni d’imposta) dagli attuali cinque anni a otto.

Naturalmente i vantaggi si estenderanno anche alle imprese che, già da ora, hanno a disposizione un ufficio speciale, si chiama Paris Region Entreprises, che diventerà «le point d’entrée unique pour toutes les entreprises étrangères qui souhaitent se relocaliser en France», il punto unico di accesso per le aziende che vogliono installarsi in Francia, come spiega con soddisfazione la presidente della Regione Île-de-France, Valérie Pécresse, repubblicana, la prima che si è battuta in tutte le sedi politiche, bisogna riconoscerlo, per creare «un tapis blu-blanc-rouge», un tappeto tricolore per accogliere gli «esuli» finanziari e imprenditoriali della Brexit.

E siccome, tra queste imprese, come si sa, ci sono molte società quotate, anche la Consob francese, la Amf, Autorité des marchés financiers, si sta attrezzando. «Lei non ha idea di quante richieste, quanti quesiti tecnici e giuridici sono arrivati dalla City ai nostri uffici», racconta a ItaliaOggi il segretario generale dell’Amf, Benoît de Juvigny. Per questo il presidente di Amf, Gérard Rameix, ha deciso di aprire, dal 28 settembre, un «dispositif d’accueil dédié», un altro ufficio dedicato esclusivamente alle società che già si preparano all’eventualità di un «trasloco giuridico» in caso di perdita del passaporto europeo che finora ha consentito di operare da Londra. «Bisogna dimostrare che il regolatore francese è in grado di rispondere ai bisogni di qualsiasi player internazionale», spiega il Giuseppe Vegas francese che ha l’orgoglio di affermare che tutto questo, la riorganizzazione della Amf in previsione della Brexit, «fait parti de l’attractivité de la France», contribuisce all’attrattività del paese.

Marketing politico puro, che raramente si vede nei palazzi del potere italiani. Lo stesso che ha spinto il Quai d’Orsay, il ministero degli esteri, a nominare, pensate, un ambasciatore speciale che a Londra si occuperà solo di Brexit e dei problemi della riallocazione delle imprese in Francia. E non si tratta di un grand commis qualsiasi, ma di uno dei grandi patron dell’impresa pubblica francese, quel Ross McInnes, presidente del colosso dell’industria delle armi Safran che ha appena venduto una fornitura di sottomarini nucleari all’Australia.

Ross McInnes è di origine franco-canadese, ha studiato a Oxford con l’ex premier britannico Tony Blair, ha lavorato per anni nella City, negli uffici della Kleinwort Benson, e quindi è il più adatto a guidare, con diplomazia è il caso di dire, questo passaggio da Londra a Parigi delle grandi maison finanziarie.

Di fronte a tanto spiegamento di forze (politiche, economiche, burocratiche) ci si chiede a che cosa sia servito l’incontro che il 19 luglio scorso (vedere ItaliaOggi del 21 luglio) Franco Bassanini, special advisor del presidente del consiglio Matteo Renzi, e Luigi Abete, presidente di Bnl e della Febaf, la federazione delle banche e delle assicurazioni, hanno avuto qui a Parigi proprio con Paris Europlace. Per «mettere a punto una strategia comune» si disse allora. Ma, alla vigilia della «Hard Brexit», Parigi dimostra con i fatti che vuole andare da sola.

Giuseppe Corsentino

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