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Brexit, per ora business as usual

Passata la grande paura sull’uscita di Londra dall’Ue, il business ha ripreso il sopravvento. Nessun contraccolpo, e occhi puntati sull’avvio della negoziazione per l’uscita. Il sentiment degli avvocati d’affari attivi su Londra, interpellati da Affari Legali a quattro mesi dal referendum, è insomma sereno: i professionisti sono certi che, vada come vada, Londra resterà centrale per il business. «Dipenderà da come verrà gestito il negoziato per l’uscita dall’Unione dal Governo inglese e dagli organi istituzionali europei nei prossimi due anni», spiega Alessandro De Nicola, senior partner italiano e European head of corporate practice di Orrick. «Per ora il clima è di attesa.
Vi sono molti settori che si reggono su un piano normativo che trova la propria origine in atti legislativi dell’Unione europea e che verranno necessariamente ad essere influenzati per chi opera in e con il Regno Unito. Nei settori del mercato dei capitali e della regolamentazione bancaria (ma non solo) è lecito aspettarsi di dover assistere un numero ingente di clienti che, nella fase di uscita del Regno Unito dall’Ue, si troveranno ad operare in un ambiente instabile fatto di regole incerte e che, pertanto, avranno bisogno di continua assistenza legale. L’attività degli studi legali internazionali potrebbe subire una crescita esponenziale».

«La grande incertezza riguardo al Brexit concerne soprattutto la posizione di Londra come prima piazza finanziaria», aggiunge De Nicola. «Da un lato la perdita di un «passaporto europeo» per le banche del Regno Unito potrebbe portare alla perdita o al trasferimento di certi segmenti di operatività verso altri mercati Ue. Dall’altro, l’influenza del settore finanziario londinese è storicamente importante ed è probabile che il Regno unito continuerà per molto tempo ad influenzare la forma e i contenuti della regolamentazione (anche europea) del settore finanziario».

Per Massimiliano Danusso, managing partner della sede di Londra di BonelliErede «Allo stato non vi sono stati cambi se non una certa lentezza dei mercati finanziari ed un rallentamento delle operazioni nelle settimane immediatamente successive al voto. Inoltre, ci sembra di percepire qualche segnale di ripresa nell’attività delle investment banks. Direi che non vi sono stai altri cambiamenti. vi sarà un incremento dell’assistenza regulatory per i clienti italiani che avranno necessità di ripensare alla propria struttura nel Regno Unito. Anche la questione della legge applicabile ai contratti finanziari internazionali diventerà più significativa perché la scelta della legge inglese non sarà più così scontata».

«Non abbiamo avvertito molte differenze anzi forse direi quasi nessuna», dice Federico Sutti, managing partner di Dentons Italia. «L’impressione è che tutti i principali investitori istituzionali che operano su Londra abbiano intenzione di rimanere li strutturati e probabilmente sposteranno un po’ di attività di asset management in altri paesi dell’Unione Europea (Lussemburgo?), per motivi puramente regolamentare e consentirgli di continuare ad operare in ambito comunitario senza grosse restrizioni. È difficile immaginare di sostituire Londra con altre capitali europee in tema di appeal complessivo, vedi il trattamento fiscale delle persone fisiche oltre che delle persone giuridiche» .

Secondo Stephen Edlmann, managing partner di Ashurst in Italia e partner abilitato alla professione forense in Inghilterra e Galles come Solicitor, «non è ancora possibile avere un quadro esaustivo della portata di questi cambiamenti. Ad esempio, è difficile prevedere come tutto ciò si rifletterà nei consueti rapporti tra società, fornitori e varie altre entità. Va poi tenuto in considerazione che per le società che si sono avvalse di strumenti finanziari dotati di Passaporto Europeo, il principale interrogativo ruota attorno alla persistenza del sistema del passaporto stesso e in quale forma. Qualora decadano le condizioni connesse a tale passaporto (sia per investimenti inbound, sia outbound), le realtà interessate dovranno pensare a predisporre un contingency plan».

Per Anthony Perotto, socio di Londra di Nctm «le ricadute operative immediate sono state finora del tutto trascurabili, mentre la logica delbusiness as usualha per il momento prevalso, anche grazie alla intervenuta consapevolezza che i tempi dell’uscita saranno tutta’altro che brevi. L’attività degli studi legali europei presenti nella City non ha fatto eccezione e – a parte un prevedibile rallentamento di alcune operazioni di investimento legato al clima di incertezza pre e post-voto l’attivitàlondinese dello studio è rimasta inalterata. Il che naturalmente non significa che non ci attendiamo effetti anche significativi nel medio-lungo periodo: la nostra sensazione è che il livello di impegno e i volumi di attività delle sedi Londinesi degli studi legali Europei siano destinati a crescere».

Da parte sua Michael Bray partner di Grimaldi Studio Legale sottolinea come «in seguito all’iniziale shock per il risultato del Brexit, gli investimenti all’estero sono rimasti attivi dato che i mercati hanno constatato che almeno, per ora, poco è cambiato. Tuttavia, il Brexit ha incrementato il grado d’incertezza relativo all’Italia, e ciò deriva dalle preoccupazioni sulle questioni dell’Europa, la debolezza del settore bancario Europeo, soprattutto quello Italiano, e le potenziali conseguenze negative derivate dal voto nel referendum costituzionale. Questi fattori, insieme, producono un effetto negativo sugli investimenti all’estero».

Secondo Fatima Mertad, avvocato-attorney-at -law di International Business & Legal Consulting® Law Firm «In qualità di avvocato americano, partecipo attivamente ai lavori dei comitati di lavoro dell’Aba – American Bar Association, per delineare delle linee guide comuni – settore per settore – da utilizzare nei vari negoziati. Inoltre si prevede di instaurare un confronto con le istituzioni Uk/Ue a tutela degli interessi dei nostri clienti».

Cataldo Piccarreta, Responsabile della sede di Londra dello Studio Gattai Minoli Agostinelli & Partners evidenzia come «Per ora non ci sono stati impatti diretti e immediati. Nel settore dei contratti di finanziamento finalizzati alla acquisizione di aziende italiane (storicamente retti da diritto inglese e con foro competente Londra per scelta delle banche), ci si inizia a chiedere se non sia il caso di scegliere il diritto italiano come legge applicabile e i tribunali italiani come foro competente. Al di là di tematiche tecniche, è evidente che non ha senso per operazioni fortemente italiane far riferimento a leggi e tribunali extra-Ue. Sarebbe una rivoluzione copernicana nel settore dei leveraged buy out. È evidente che noi resteremo dove sono i nostri clienti principali. Se i fondi di private equity lasciassero Londra potremmo pensare a nuove strategie ma non crediamo che questo accadrà, per lo meno nel breve/medio periodo. Sarà comunque importante far sentire la nostra voce di avvocati che operano a Londra come «registered European lawyer», uno status che ci consente di lavorare in Inghilterra sulla base delle qualifiche ottenute in Italia, al fine di preservare tale status».

Nessuno studio mette in discussione la centralità della piazza londinese. Andrea Arosio, managing partner di Linklaters Italia e head della practice di Banking & Finance «Il livello della nostra attività su e con Londra non è mutato in misura sostanziale all’esito del referendum. In particolare, dopo la comprensibile esitazione dei mercati nelle settimane precedenti e i quelle immediatamente successive al referendum, ci sembra che dopo l’estate l’attività sia ripresa ai livelli dei primi mesi dell’anno. Quanto alla natura dell’attività, è ancora presto per trarre conclusioni o individuare tendenze; è lecito attendersi che, con l’approssimarsi dell’avvio delle trattative e man mano che le stesse si evolveranno vi saranno settori – quali ad esempio quello regolamentare – saranno particolarmente attivi.

Anzi, gli avvocati d’affari basati a Londra possono essere un interlocutore privilegiato del governo per gestire al meglio l’uscita. Ne è convinto Marco Rota Candiani, managing partner di Hogan Lovells a Milano che osserva come «sulla scorta delle discussioni avute fino ad oggi, abbiamo notato che i responsabili delle politiche sono piuttosto propensi ad ascoltare il mondo imprenditoriale in questa fase di definizione delle priorità. Naturalmente, non sono solo le condizioni a cui il Regno Unito uscirà dall’Ue che dovranno essere negoziate, ma anche le modalità di un nuovo rapporto tra l’isola e il continente europeo».

Fabio Brembati, partner di Baker & McKenzie sottolinea che «è probabile che l’uscita definitiva del Regno Unito comporterà, tra l’altro, l’esigenza di rivedere le attuali strutture societarie, con conseguente pianificazione fiscale (si pensi al trattamento dei dividendi e interessi infra-gruppo), la revisione delle catene societarie, dell’allocazione delle risorse umane, dei flussi fiscali (Iva, dazi e formalità doganali), nonché la compliance in tutti i settori oggetto di regolamentazione specifica».

Antonio Lombardo, partner di Dla Piper ricorda come «fino a quando non entrerà in vigore l’articolo 50, gli studi legali potranno fare ben poco, di fatto non cambierà nulla prima della conclusione delle trattative di uscita. Nel frattempo, le società potrebbero avere l’opportunità di influenzare il dibattito sull’uscita a favore dei propri obiettivi commerciali. Noi stiamo già aiutando i nostri clienti a prepararsi alla Brexit e a sfruttare al meglio le opportunità che potrebbero presentarsi». Paradossalmente, il business può generarsi anche grazie alla Brexit.

Infine, secondo Giuseppe Cristiano, socio del dipartimento corporate and M&A di De Berti Jacchia Franchini Forlani, «sicuramente c’è molta curiosità circa le modalità e le tempistiche con le quali avverrà Brexit ma, al momento, non c’è una vera differenza per quanto concerne il tipo di attività da e verso il Regno Unito. Per coloro che temevano una riduzione dei flussi di lavoro bisogna dire che, semmai, si riscontra un incremento soprattutto con riferimento a richieste di studi e pareri circa le conseguenze di Brexit nei vari settori».

Federico Unnia

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