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Brexit non ferma il Pil britannico

L’economia britannica è cresciuta dello 0,5% nel terzo trimestre del 2016, il primo che sconta l’effetto psicologico della Brexit. Il dato provvisorio diffuso dall’Ons, l’Istat britannica, è più alto del consenso degli analisti, fermi a quota 0,3%, e va oltre quello dei più ottimisti che si erano spinti fino allo 0,4% e si rivela un multiplo delle attese della Banca d’Inghilterra che aveva ipotizzato una crescita fra lo 0,1 e lo 0,2 per cento. Rispetto al secondo trimestre (più 0,7%), il Pil ha tuttavia rallentato, mantenendosi comunque sui ritmi sorprendenti.
In questo quadro di relativa euforia sulla flessibilità e la resistenza dell’economia nazionale, Londra, ha anche celebrato un altro importante passaggio: la conferma che resta piazza appetibile per gli investitori internazionali. Almeno per quelli dell’auto e in particolare per la Nissan che temendo un’uscita britannica anche dal mercato interno aveva minacciato di bloccare gli investimenti pianificati. Carlo Ghosn, ceo del gruppo giapponese ha invece avuto tutte le garanzie che voleva direttamente da Theresa May e tanto gli è bastato per riaffermare, ieri, la volontà di montare Qashqai e il suv X Trail a Sunderland, mettendo in sicurezza 7mila posti di lavoro. «Il governo si è impegnato a garantire le stesse condizioni di oggi», aveva detto Carlos Ghosn nei giorni scorsi senza però entrare nel dettaglio. Anche Downing street s’è rifiutata di spiegare quali potranno essere gli “sgravi di stato” che assicurati al gruppo giapponese qualora Londra optasse per l’addio al mercato interno.
Un addio che teme anche Cbi, la Confindustria britannica. Carolyn Fairbairn, direttore generale dell’organizzazione che riunisce 190 mila imprese, ha suggerito al governo una manovra d’autunno – sarà annunciata il 23 novembre – da 11,5 miliardi di sterline con interventi pubblici a sostegno di infrastrutture, ricerca e sviluppo e agevolazioni fiscali. Misure per navigare l’incertezza generata da Brexit e per ridurre il gap di produttività fra nord e sud che affligge il Regno. «Inoltre crediamo – ha precisato Fairbairn – che il governo debba negoziare intese transitorie con l’Ue in attesa di capire quale sarà l’assetto finale delle relazioni».
La buona notizia sulla crescita diffusa ieri dall’Ons scongiura le ipotizzate, nuove misure da parte della Banca d’Inghilterra. Gli economisti concordano che l’ottima performance del pil non significhi affatto che il rischio Brexit sia scampato. Tutto deve ancora accadere e per Capital economics l’economia del Regno ha probabilmente goduto di «un passaggio morbido» , innescato dalle complesse dinamiche dell’immediato scenario post-referendum. A sorprendere è stata soprattutto la crescita dei servizi passati dallo 0,6 del secondo trimestre allo 0,8 del terzo, mentre la produzione industriale ( meno 0,4 ) e le costruzioni (meno 1,4) sono apparse in linea con le attese. Il dato dell’Ons è provvisorio e secondo gli analisti di Pantheon macro sarà corretto al ribasso nella valutazione finale. È possibile, ma resta un dato capace di esercitare una forte pressione sul quadro politico. I brexiters più duri lo leggeranno come l’intrinseca forza dell’economia nazionale, elemento utile per spingere ancor di più sul fronte di un’uscita dall’Ue radicale, senza troppi riguardi, cioè, verso il mercato interno.

Leonardo Maisano

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