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Brexit. I mille giorni che hanno fatto precipitare la culla della democrazia nel caos

Come ha fatto uno dei popoli più pragmatici, nel Regno Unito culla della democrazia liberale e del glorioso Parlamento di Westminster, a sprofondare in un labirinto come la Brexit? A mille giorni dal referendum dell’uscita dall’Ue che ha spinto il Paese in un pantano politico — e verso la possibile incognita del ” No Deal”, l’uscita senza accordo dopo il 29 marzo — le cause sono tante. Ma c’è un filo comune: un’incredibile serie di calcoli errati e decisioni irrazionali.
Un referendum nato male
Dopo la crisi economica del 2008 e la controversa gestione della crisi greca, cresce oltremanica il risentimento verso un’Europa mai amata, “by-pass di migranti” (responsabile su tutti l’ex premier Blair) e sempre più “soffocante”. Gli euroscettici del partito conservatore al potere si agitano. Decisivo è il 22 maggio 2014, quando l’Ukip, il partito euroscettico e destroide di Nigel Farage, vince le elezioni europee con il 26%. Il premier David Cameron, per salvare la leadership nel partito, annuncia il referendum della Brexit che si terrà il 23 giugno 2016. Ma assicura Bruxelles: «I liberali della mia coalizione lo bloccheranno». Invece nel 2015 Cameron stravince le elezioni: è maggioranza assoluta per i “tories”. Il referendum non può essere più stoppato.
May-day, May-day
Nel 2017, dopo aver preso il posto di Cameron e innescato il 29 marzo di quell’anno il processo biennale di uscita dall’Ue (di qui la scadenza tra pochi giorni), Theresa May convoca a sorpresa elezioni anticipate: vuole una maggioranza ancora più ampia per completare facilmente la Brexit. Ma, sorpresa, accade l’opposto. I laburisti di Jeremy Corbyn smentiscono i sondaggi e arrivano a ben 262 seggi. May è costretta alla stampella esterna degli unionisti irlandesi per formare un governo di minoranza. Il Parlamento oggi frammentato e congelato è figlio di questo suo azzardo.
Una classe politica inadeguata
Dopo questo errore cruciale, invece di cercare il dialogo, May ha sempre avuto un approccio testardo nelle trattative per far passare in Parlamento il suo accordo Brexit con l’Ue, soprattutto verso gli altrettanto intransigenti euroscettici del suo partito, furiosi per il piano “eurocentrico” della premier: l’aut-aut di May «O il mio piano o il disastro “No Deal”» si è rivelato una strategia fallimentare, che ha trascinato il Paese a uncentimetro dal baratro. Dall’altro lato, l’Ue si è mostrata inflessibile verso i “ribelli” britannici. Mentre Corbyn, nella sua cocciutaggine ideologica, ha sempre rifiutato il dialogo con la premier.
La questione irlandese
Ma il nodo principale di questo stallo è il confine irlandese, la cui fluidità è preservata dagli Accordi del Venerdì santo (1998) dopo decenni di guerra civile tra nord e sud. L’Europa è stata sempre irremovibile nel preservare lo status quo (sia commerciale che alla frontiera) e ha imposto il cosiddetto “backstop” che manterrebbe l’Irlanda del Nord ancorata alle regole Ue potenzialmente all’infinito. Una bestemmia per gli euroscettici britannici. Senza questo nodo, la Brexit sarebbe stata portata a termine senza grossi problemi.
La democrazia inglese
Ma questo pantano è anche conseguenza della democrazia inglese, nel bene e nel male. Il 24 gennaio 2017 una sentenza della Corte Suprema ha stabilito che la Brexit doveva essere vidimata dal Parlamento. Non solo. Il potente speaker della Camera, il teatrale John Bercow, lunedì scorso ha sconvolto i piani di May: non accetterà più il suo accordo in aula senza “modifiche sostanziali” . Bercow si è rifatto a un precedente del 1604 che rientra nel manuale di procedura parlamentare “Erskine May”. Sì, May, come la premier.
Antonello Guerrera
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