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Brexit, May si salva dai congiurati

È sopravvissuta a una sfida mortale: ma a prezzo di mettere una data di scadenza sulla sua carriera di primo ministro. I congiurati del partito conservatore non sono riusciti ieri sera a sfiduciare Theresa May: 200 si sono espressi a suo favore nella votazione segreta che si è svolta a Westminster, mentre i contrari sono stati 117. Un numero importante di dissidenti, che getta un’ombra sul risultato complessivo.

In base ai regolamenti del partito, per un altro anno nessuno potrà più attentare alla sua posizione: ma non è detto che la premier duri così a lungo. Perché per vincere le resistenze ha dovuto promettere che si farà da parte prima delle prossime elezioni, previste per il 2022: anche se è probabile che già dopo il completamento della Brexit, alla fine del marzo prossimo, la inviteranno a dimettersi.

La giornata di ieri è stata la più drammatica della carriera di Theresa May: e si è aperta, già prima delle 8 del mattino, con l’annuncio che era stata raggiunta la soglia fatidica delle 48 lettere di deputati conservatori necessarie per chiedere un voto di sfiducia. Il partito ha deciso di non porre tempo in mezzo e di andare alla conta la sera stessa.

Ma è apparso subito chiaro che Theresa non aveva nessuna voglia di mollare. La premier si è affacciata poco dopo sulla soglia di Downing Street per annunciare che aveva intenzione di dare battaglia con tutta se stessa: non nel suo interesse, ma nell’interesse della nazione. «Settimane trascorse a dilaniarci — ha ammonito — creeranno solo più divisioni nel momento in cui dovremmo stringerci assieme per servire il nostro Paese»: una sfiducia avrebbe infatti innescato una gara per la leadership, che si sarebbe protratta a lungo e avrebbe dilaniato il partito conservatore. La May ha invece promesso di portare a termine «la Brexit per cui il popolo ha votato»: «Ho dedicato me stessa senza risparmio a questo compito e sono pronta a finire il lavoro», ha concluso.

Nel pomeriggio la premier si è presentata a Westminster, per affrontare il gruppo parlamentare. Ma ormai non c’era più aria di regicidio: è stata accolta da grida e applausi di approvazione, che lasciavano già presagire l’esito del voto finale. Non che tutti si fossero convinti delle sue ragioni: in tanti condividono i motivi dei congiurati, che considerano l’accordo sulla Brexit raggiunto con Bruxelles alla stregua di un tradimento, perché rischia di lasciare la Gran Bretagna legata per sempre a leggi e regolamenti europei, pur dopo aver lasciato formalmente le istituzioni Ue.

È per questo che lunedì Theresa May era stata costretta all’ultimo momento a sospendere il voto in Parlamento sull’accordo, previsto per il giorno successivo: era diventato palese che i deputati non lo avrebbero mai approvato, col rischio di far precipitare la Brexit nel caos.

La premier si era allora imbarcata in un carosello di incontri in diverse capitali europee, nella giornata di martedì, con la speranza di ottenere delle concessioni che le consentissero di «vendere» l’accordo in patria. Ma quando è tornata a mani vuote, è scattata la mozione di sfiducia.

Ora che il tentativo di disarcionarla in corsa è fallito, i riflettori sono puntati sulle sue prossime mosse. Al vertice europeo di oggi a Bruxelles, la May proverà a convincere i leader europei a offrirle qualcosa che possa agevolare l’approvazione dell’accordo a Westminster: perché ha promesso che entro il 21 gennaio lo ripresenterà al voto.

Ma è difficile che il quadro cambi radicalmente: e se il Parlamento dovesse alla fine bocciare il compromesso, si farebbe sempre più concreta la possibilità di un no deal, ossia di una uscita catastrofica di Londra dalla Ue, senza nessun accordo. Perché se è vero che ieri la May è sopravvissuta alla sfida, è anche vero che ne è uscita molto indebolita.

I molti pretendenti alla sua poltrona staranno già guardando al dopo, posizionandosi per la successione. Ma allo stesso modo la data della Brexit, il 29 marzo 2019, si avvicina inesorabilmente: e se Theresa è riuscita ieri a guadagnare tempo per sé, il rebus dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa è ancora in attesa di una soluzione.

Luigi Ippolito

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